IL DIALETTO GALLOITALICO NICOSIANO
intervista a Salvatore C. Trovato
emerito professore presso l'Università di Catania
(ordinario di linguistica generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia)

Nicosia, 22 luglio 2019.
È da molto tempo che, a Nicosia c’è grande entusiasmo per la riscoperta delle poesie e delle opere teatrali in dialetto galloitalico. Su 5 compagnie teatrali esistenti in città, 2 recitano in galloitalico, richiamando numeroso pubblico. Sicuramente, è anche sotto l’aspetto storico e filologico l’interessamento al nostro dialetto e per questo siamo grati a Lei e ai suoi collaboratori per il tempo dedicato con gli studi – ormai decennali – e di aver prodotto lavori in merito alla conservazione, divulgazione e ricerca del galloitalico e delle origini delle popolazioni che ci hanno tramandato il nostro caratteristico dialetto certamente non siciliano, oramai da più di 850 anni con l’immigrazione di colonie “lombarde” dal nord Italia verso la Sicilia.
Mi fa davvero piacere sapere dell’entusiasmo delle compagnie teatrali nicosiane per il galloitalico parlato in città. Da sempre sostengo che il dialetto (qualsiasi dialetto, e tanto più il nostro) può essere salvato dall’interesse che si saprà suscitare per esso da parte degli istituti culturali (scuola, teatro, turismo culturale, musei etnografici ecc.) e dei parlanti stessi.

La sua partecipazione in Piemonte a Cella Monte (AL) e a Torino al Salone Internazionale del Libro per la presentazione dell’opera “Parole Galloitaliche in Sicilia” il 12 e 13 maggio, ha destato interesse ai cittadini piemontesi per l’esistenza inequivocabile del legame storico-linguistico che unisce nord e sud?
Devo dire che gli amici del Monferrato mi hanno accolto come uno di loro che, dopo tanto tempo, dalla lontana Sicilia è tornato all’antica madre e ha parlato di un’emigrazione verso la Sicilia che ha coinvolto i loro progenitori tra l’XI e il XII secolo. Emigrazione della quale, localmente, la memoria non aveva conservato traccia. Ho visto alcune signore addirittura commuoversi. So anche che, attraverso la Casa Editrice hanno acquistato diverse copie del mio libro per portarlo nelle loro case e, soprattutto, nelle scuole.
Da qualche settimana consulto un vocabolario piemontese in galloitalico e trovo centinaia di parole uguali alle nostre (nicosiane) e di meravigliarmi di scoprire termini non più usati ai nostri giorni, ma che i nonni usavano nel loro parlare quotidiano. Necessità ancora che il galloitalico sia portato nelle scuole medie come materia di studio? Può essere inteso come un problema per quanto attiene gli errori di ortografia (mi riferisco alle doppie) comunemente fatte dai nicosiani?
Non mi meraviglia affatto che Lei in un vocabolario piemontese o, a maggior ragione, in uno ligure, trovi parole comuni al nostro nicosiano. L’area di emigrazione medievale dei coloni giunti in Sicilia è costituita dal Monferrato, quella parte d’Italia che coincide con l’Oltregiogo ligure, particolarmente l’area savonese, e con l’Alto Monferrato, coincidente in larga misura con le attuali province di Cuneo, Asti ed Alessandria. Inutile dire che l’Alto Monferrato è la parte meridionale del Monferrato, montuosa rispetto al Basso Monferrato in pianura (parte settentrionale).
Per quel che riguarda il rapporto tra scuola e galloitalico “come materia di studio”, devo fare delle precisazioni. Dico subito che il galloitalico (di Nicosia, di San Fratello, di Novara o di Piazza Armerina ecc.) non va insegnato a scuola a chi non lo parla o non lo parla più. L’unica cosa da fare, da parte della Scuola (e non solo), è creare nei giovani l’interesse per il dialetto, per la cultura che esso veicola, per la storia che in esso si deposita. Quanto a parlarlo, alle giovani generazioni, all’interno dei vari centri di parlata galloitalica in cui vivono, non mancheranno i mezzi per farlo, se vogliono. Nel dialetto c’è la nostra storia, le nostre radici culturali, la nostra storia. È per questo che non va trascurato. Perché non si vada all’Italia, all’Europa e al mondo, senza radici, senza ancoraggio culturale.
Creare l’interesse significa, a scuola particolarmente, significa che gli insegnanti abbiano un’adeguata preparazione. Che abbiano studiato linguistica all’Università, che non siano digiuni di Dialettologia (siciliana e galloitalica), che sappiano orientarsi all’interno della linguistica storica. Ho scritto il libro presentato a Torino e in Monferrato proprio nell’intento di dare uno strumento di lavoro agli insegnanti. Per loro l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, d’accordo con il Centro di Studi filologici e linguistici siciliani sta preparando dei corsi di aggiornamento (a Catania e a Palermo nel 2020; uno per provincia nel 2021 ed uno riservato ai Galloitalici). Insomma, nulla deve essere fatto in maniera approssimativa e senza conoscere contenuti e finalità di un percorso che può essere pericoloso se affidato a mani inesperte.
Che poi il dialetto, in quanto lingua materna, possa condizionare, sia a livello parlato che scritto, l’italiano che adoperiamo, è un fatto naturale, che riguarda tutti i dialetti d’Italia. Certo è compito della scuola insegnare la corretta pronunzia, la corretta scrittura, il corretto uso del lessico dell’italiano. Senza terrorismo linguistico.
Per quel che riguarda il parlato è arcinoto che in Italia si parlano i vari italiani regionali se non locali, piuttosto che lo standard. E allora, è opportuno consigliare un corso di dizione? No, assolutamente, ma evitare – questo sì – quelle forme condizionate dal dialetto che vanno sotto l’etichetta di “italiano popolare”, l’italiano di chi non è andato a scuola e che usa la lingua in maniera assai approssimativa. E tante volte certe forme di italiano spiccatamente regionale se non popolare affiorano nel nostro parlato senza che ce ne accorgiamo. È qui che la scuola deve acquistare consapevolezza ed educare di conseguenza, tenendo presente delle situazioni e dei contesti d’uso.
Linguisticamente il galloitalico si deve intendere un dialetto o una lingua vera e propria?
È questa una domanda che mi viene posta molte volte. Dico subito che dal punto di vista teorico qualsiasi sistema di segni verbali che serve per comunicare, è lingua. Da questo punto di vista – teorico, non storico – il dialetto, qualsiasi dialetto, è una lingua. Sul piano storico e sociolinguistico, invece, non è così, perché mentre
a) una “lingua” è un sistema elaborato, standardizzato (fa cioè da norma, da punto di riferimento cioè da parte di chi la parla e la scrive), copre un ambito territoriale assai più vasto di un semplice dialetto e viene adoperato per tradurre altre grandi lingue di cultura oltre che per i rapporti culturali, per le leggi, per la comunicazione ad ampio raggio (si pensi ai telegiornali e alle trasmissioni televisive);
b) il “dialetto” è un sistema senza elaborazione, non standardizzato, di ambito geografico limitato e spesso adoperato solo all’interno della famiglia. Nessuna legge, tanto per renderci conto, è scritta in dialetto.
Nella “Casazza” di Nicosia, l’antica rappresentazione sacra itinerante che si svolge nel periodo pasquale, risalente a molti secoli addietro e ripresa con successo dal 2016 con un seguito cospicuo di pubblico proveniente anche da varie parti della Sicilia, le recite in rime non prevedono l’uso del dialetto nicosiano, a cosa è dovuto tale mancanza, viste le origini risalenti all’immigrazione delle colonie “lombarde”, in questo caso specificatamente “ligure”?
Sulle origini liguri della Casazza di Nicosia non so dir nulla. Tutti ne parlano, ma nessuno ha mai saputo dare prove concrete della sua liguricità. Io non ho trovato elementi a favore. E poi la Casazza non è solo di Nicosia, ma di altre città della Sicilia che non hanno avuto nulla da vedere con le immigrazioni galloitaliche. E poi, per quel che ne so, tutte le parti recitative della Casazza di Nicosia – almeno nel manoscritto che ci è pervenuto – sono scritte in italiano.
Io girerei il problema agli storici, ai quali chiederei: quando la Casazza è stata introdotta in Sicilia? Precede o segue il Concilio di Trento?
Il 6 maggio scorso, è intervenuto nel convegno “Aleramici in Sicilia” organizzato a Nicosia, anticipando la notizia che, entro fine anno è previsto la pubblicazione del Vocabolario galloitalico di Nicosia e Sperlinga, è possibile avere in anteprima qualche particolare in merito all’impostazione di consultazione?
Posso dire, come ho già ribadito nell’incontro del 6 maggio scorso, che il Vocabolario del dialetto galloitalico di Nicosia e Sperlinga (di Trovato-Menza), ormai in dirittura d’arrivo, rappresenta la lingua e la cultura materiale delle due città. Esso è stato impostato in maniera da dare tutte le coordinate (fonologiche, morfologiche, sintattiche, lessicali, culturali) delle parlate nicosiana e sperlinghese. Insomma, l’opera non è una raccolta di parole dialettali delle quali ci si limita a dare il traducente italiano. No davvero. In essa si trovano illustrati non solo il lessico e le attività della cultura materiale che riguardano Nicosia e Sperlinga, ma anche la grammatica del dialetto (criteri di resa grafica, morfologia del verbo, del nome ecc., nonché formazione della parole, sintassi, con particolare attenzione a ciò che una parola può reggere o da cui può essere retta). Larga parte, inoltre, è riservata agli approfondimenti culturali (etnolinguistici). Insomma – e lo dico con orgoglio – in Italia (e non solo) non c’è nulla di simile.
Grazie per questa amichevole conversazione, sicuramente utile a noi nicosiani e sperlinghesi, ma anche a tutte le popolazioni che ancora oggi parlano il dialetto galloitalico in Sicilia, d’altronde essendo Lei nicosiano, ha dimostrato grande senso di appartenenza alla nostra comunità, mantenendo vive le origini linguistiche e territoriali di provenienza.
Grazie, soprattutto a Lei, caro signor Spinelli.