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"Acqua in bocca"

V.I.S.:Alessandra Callegaro e Luca Cristaldi


Un articolo diffuso con il passaparola via e-mail e sui blog denuncia la privatizzazione dell'acqua pubblica in Italia, mentre continuano le mobilitazioni dal basso a difesa di un bene comune.

di Rosaria Ruffini

"Mentre nel paese imperversano annose discussioni sul grembiulino a scuola, sul guinzaglio per il cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica.
Il Parlamento ha votato l'articolo 23 bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica. Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).
Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.
La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L'acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L'acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.


Rosaria Ruffini - docente di teatro allo Iuav


EOLICOUN DON CHISCIOTTE DEL TERZO MILLENNIO
PER LA PROVINCIA DI ENNA

di Liborio La Vigna
su proposta e gentile concessione dell'autore,
tratto da: Rivista TAVI del LIONS CLUB LEONFORTE (En)
Anno Sociale 2006/07 - Maggio 2007

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Sembra che la Sicilia sia destina­ta ad occupare i primi posti nella graduatoria dei costruendi impianti per la produzione di energia rinno­vabile. Sclafani Bagni, Caltavuturo, Valledolmo e Nicosia nel centro Nord, Caltabellotta a Occidente, Carlentini a Oriente, Agrigento a Sud, sono sette centrali eoliche già funzionanti. Con una potenza effi­ciente totale di 203 MW e con torri alte più di sessanta metri, sovrasta­no già con la loro mole monti, paesi e terreni circostanti.
In provincia di Enna la sola cen­trale di Nicosia, con 55 aerogenera­tori, esprime una potenza pari a 46,8 MW e una producibilità media annua di 102 GW/h in grado di sod­disfare il fabbisogno energetico di 40.000 famiglie.Più di cento sono i progetti pron­ti ad avere il via libera dalla Re­gione Siciliana, che in materia ener­getica ha competenza legislativa esclusiva, e molti altri sono in fase di studio e di realizzazione.
Nella sola provincia di Enna, i comuni di Troina, Cagliano Castel-ferrato, Regalbuto, Centuripe, Assoro - e sembra anche Piazza Armerina - hanno avuto già i permessi e a breve termine accoglieranno i relativi impianti. L'importanza del­l'iniziativa imprenditoriale, la va­lenza dell'energia rinnovabile, gli impegni a livello mondiale per la riduzione delle emissioni in atmo­sfera in conformità al protocollo di Kioto, e non ultimo il decreto assessoriale del 28 aprile 2005, numero 10425, sono i fattori inoppugnabili contro cui nessuna Soprintendenza sembra avere cognizione e compe­tenza in materia.
La proliferazione degli impianti pone così in secondo piano progetti e programmi sino a ieri ritenuti di basilare importanza per lo sviluppo delle risorse naturali del territorio. In provincia di Enna, la Valle del Dittaino, che doveva rappresentare la principale area di sviluppo indu­striale dell'intero suo territorio, diventerà ora punto di riferimento per la ricerca, sviluppo e produzio­ne di fonti di energia alternativa e tra Catenanuova, Centuripe, Regal­buto, Castel di Judica e Raddusa (la terra del grano), sorgerà un impian­to per la produzione di energia dalle masse vegetali (biomasse).
Nell'area adiacente alla ormai dis­messa centrale solare "Eurelios" di Adrano saranno invece collocati dei nuovi giganteschi pannelli fotovoltaici.
La corsa all'impianto alternativo è così diventata fonte di affari e di profitto attorno a cui girano svariati milioni di euro.
Il disagio economico in cui ver­sano oggi i Municipi e l'allettante appannaggio concesso dalle società costruttrici a sindaci e proprietari per l'uso trentennale dei terreni, favoriscono il dilagare delle richie­ste e fanno comprendere la vera causa scatenante di questa smania che nulla ha a che vedere con la responsabile osservanza del proto­collo di Kioto!.
I pali anemometrici degli impianti eolici sono diventati la caratteristica principale delle nostre zone e fagocitano inesorabilmente la prerogativa (nel bene e nel male), di ultimo lembo di terra ancora inte­gro e ben conservato della Sicilia.
Alti e superbi si ergono tra le Madonie e i Nebrodi a Nord e gli Erei a Sud. I mostri d'acciaio coro­nati da enormi pali la fanno da padroni dove comuni emarginati della provincia di Catania e altri emarginati della provincia di Caltanissetta costituirono nel lonta­no 1926, appena ottant'anni fa, l'at­tuale provincia ennese. Sorgono su quel lembo di Sicilia dove i treni con le poche stazioni ormai chiuse non fermano più, dove strade tortuose e ripide conducono a paesi dalle tradi­zioni secolari, dove storie e prodotti tipici sono offerti al raro turista che ha la ventura di arrivarci, dove le acque argentate dei laghi riflettono l'azzurro del cielo e le turrite mura di castelli diroccati sfidano incontra­stati la fugacità del tempo, dove nel­l'aria risuonano le grida straziate di Demetra alla ricerca della diletta figlia Kore, dove grandi estensioni di terra seminata a grano si alternano a boschi riserve e parchi archeologi­ci, dove un recente ateneo intitolato a Kore, (quarto polo universitario isolano), muove i suoi primi passi e inorgoglisce e incoraggia i giovani dell'hinterland che lo frequentano.
In qualche parte di questa nostra Bell'Italia o del Mondo, qualcuno, "energicamente", ha deciso che la Sicilia diventi una piattaforma ener­getica e che il suo entroterra, tanto dimenticato quanto ancora integro nel suo ecosistema, venga sacrifica­to sull'altare dell'innovazione e del "bene comune".
C'è chi ha già pensato a una sede e un'agenzia direttiva a Enna, nell'Umbilicus Siciliae, in un partneriato che vede assieme Regione Siciliana, Provincia, Madrid in Spagna (?), Maribor in Slovenia (!) e la Provincia di Benevento(?!).
E intanto la fretta con cui i "par­chi eolici" sorgono evidenzia la len­tezza con cui procedono i lavori per il completamento della Nord-Sud, quella fantomatica strada dei Due Mari (Tirreno-Mediterraneo), che da trent'anni aspetta ancora di esse­re ultimata.
E' strano!, nessun sindaco è stato colpito dalla sindrome del Nimby:
(letteralmente not in my back yard) "non nel mio giardino di casa".Quasi tutti vi aderiscono felici e pimpanti per promuovere, giustifi­cano, il consumo razionale dell'e­nergia, per tutelare l'ambiente, incrementare il turismo e procurare occupazione e sviluppo per il terri­torio.
Argomentazioni acconcie e ornate che celano, a malapena, la sconoscenza della realtà!. La Sicilia è bene che si sappia produce un sur­plus di energia elettrica rispetto al suo fabbisogno e il 15% viene cedu­ta al Continente. Dei 21 milardi di metri cubi di gas metano all'anno provenienti dai condotti sottomarini dall'Africa e passanti dalla Sicilia, soltanto il 16% è trattenuto nell'i­sola, il restante 84% raggiunge il Continente. Le raffinerie presenti in Sicilia producono già una quantità di benzina e di gasolio equivalente al 40% dell'intero fabbisogno italia­no. La presenza di impianti di pro­duzione di energia termoelettrica e di raffinerie è già molto elevata e nei nostri cieli la concentrazione di inquinanti eccede del 21,6% i livel­li di emissione individuati come obbiettivo dal Protocollo di Kioto.
La Sicilia da tempo è la locomo­tiva del treno Italia e in questo treno la sua gente ha occupato sempre l'ultimo vagone, eppure si vuole continuare a concentrare nell'isola altri impianti.
I nuovi impianti alternativi non sostituiranno quelli tradizionali esi­stenti, ma si sommeranno ai vecchi continuando a produrre e inquinare finché le riserve energetiche tradi­zionali ancora disponibili non saranno definitivamente esaurite!.
Si argomenta alla nostra gente che la tecnologia più avanzata con­sentirà sviluppo e ricchezza, quando sappiamo benissimo come ricchez­za e sviluppo abbiano da sempre soggiornato lontano da questa terra.
Il divario sempre crescente fra Nord e Sud è palese e incontestabi­le.
Le promesse di Enrico Mattei a Cagliano C. Ferrato di fabbriche e aziende in grado di occupare migliala di lavoratori e di far tornare gli emigranti, sono vive nella popola­zione e bruciano ancora.
La scoperta del metano nel 1962 e l'insediamento dello stabilimento per la produzione di abbigliamento della Lebole, sono esperienze che hanno intaccato profondamente la nostra gente.
A quel tempo si trivellarono diecine e diecine di pozzi e si estrasse una enorme quantità di metano, si costruirono oleodotti per il trasporto del gas alle raffinerie di Termini Imerese e di Gela, ma di fabbriche... neppure l'ombra.
Tutti ricordano che si fece ricor­so alla ribellione e negli scontri con la polizia tanti furono i feriti e gli arrestati.
L'accordo raggiunto dalla Re­gione Siciliana e l'Eni consentì l'a­pertura dello stabilimento tessile con 400 lavoratori in gran parte donne.
Da una realtà ad economia agra­ria in ritardo di sviluppo si passò ad un breve periodo di illusorio benes­sere. Oggi la fabbrica non c'è più e l'assistenzialismo, la disoccupazio­ne, l'emarginazione e l'emigrazione regnano incontrastati.
Non è in discussione la scelta energetica alternativa, bensì il modello di crescita socio economi­co che si vuole dare il Paese e il ruolo che si vuole attribuire alla Sicilia.
Lo "sviluppo sostenibile" che si vaticina, deve consentire a tutti il soddisfacimento dei propri bisogni ma deve garantire il rispetto dei diritti umani, deve anche combatte­re l'ingiustizia che la Sicilia ha sem­pre subìto e il disinganno di cui ha sempre sofferto.
Le risorse naturali della Sicilia sono tante; utilizzarle, non lascian­do sempre ad altri la opportunità di trarme il maggior profitto, deve accompagnarci nelle sfide di questo terzo millennio imprevedibile e sempre più preoccupante.

Liborio La Vigna