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Tutela linguistica in Sicilia
I Sindaci dei Comuni del “Galloitalico” si riuniscono
a San Fratello (Me)


Sabato 30 aprile 2022, presso la sede comunale di San Fratello (Me) si è svolta una conferenza dei sindaci e delegati di 14 comuni siciliani (ma il numero è maggiore) in cui si parla il dialetto galloitalico, siglando un accordo definito “Reti dei comuni del galloitalico” ed avendo come obbiettivo prioritario la conservazione e la tutela della “lingua” che contraddistingue le parlate dei cittadini di questi comuni, tramandate dalle originarie popolazioni provenienti dal Nord Italia a seguito dei soldati normanni alla conquista della Sicilia nel XI secolo.
Erano presenti alla conferenza i rappresentanti dei Comuni di: Aidone, Buccheri, Caltagirone, Cassaro, Ferla, Fondachelli Fantina, Montalbano Elicona, Nicosia, Novara di Sicilia, Piazza Armerina, San Fratello, San Piero Patti e Sperlinga.
Ha fatto parte del tavolo della presidenza anche il senatore Fabrizio Trentacoste (di Enna) che a novembre 2020 aveva già presentato un disegno di legge a modifica all’articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche.
Ecco il testo dell’art. 1 del disegno di legge:
L’articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, è sostituito dal seguente: « Art. 2. – 1. In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate e delle comunità galloitaliche della Sicilia, nonché di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo».
L’accordo sottoscritto a San Fratello si prefigge il conseguimento di obiettivi comuni di tutela, conservazione e diffusione della lingua ed è anche finalizzato a riunire simbolicamente le popolazioni di origine galloitalica. In questo primo triennio (2022-2024) l’accordo sarà realizzato da soggetti amministrativi istituzionali quali gli assessori ai patrimoni culturali e al turismo dei comuni di Piazza Armerina e Aidone, mentre la parte scientifica sarà di competenza del presidente pro tempore del “Progetto Galloitalici” dell’Università di Catania, l’emerito prof. Salvatore C. Trovato (nicosiano) il quale ha già intrapreso da anni visite, presentazioni di libri e scambi culturali con associazioni ed istituzioni del Monferrato piemontese e del retroterra ligure.


IL DIALETTO GALLOITALICO NICOSIANO
intervista a Salvatore C. Trovato
emerito professore presso l'Università di Catania
(ordinario di linguistica generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia)

Nicosia, 22-23 luglio 2019
Professore Trovato,
è da molto tempo che a Nicosia c’è grande entusiasmo per la riscoperta delle poesie e delle opere teatrali in dialetto galloitalico. Su 5 compagnie teatrali esistenti in città 2 recitano in galloitalico, richiamando numeroso pubblico. Certo, a lei e ai suoi collaboratori va il merito di aver tenuto in auge gli studi sui dialetti galloitalici della Sicilia e sul nostro dialetto in particolare addirittura con la fondazione dell’ “Associazione per la conoscenza e salvaguardia dei dialetti galloitalici della Sicilia”.
Mi fa davvero piacere sapere dell’entusiasmo delle compagnie teatrali nicosiane per il galloitalico parlato in città. Da sempre sostengo che il dialetto (qualsiasi dialetto, e tanto più il nostro) può essere salvato dall’interesse che si saprà suscitare per esso da parte degli istituti culturali (scuola, teatro, turismo culturale, musei etnografici ecc.) e dei parlanti stessi. 
La sua partecipazione in Piemonte a Cella Monte (AL) e a Torino al Salone Internazionale del Libro per la presentazione del suo lavoro dal titolo “Parole Galloitaliche in Sicilia” il 12 e 13 maggio, ha destato interesse nei cittadini piemontesi per l’esistenza inequivocabile del legame storico-linguistico che unisce nord e sud?
Devo dire che gli amici del Monferrato mi hanno accolto come uno di loro che, dopo tanto tempo, dalla lontana Sicilia è tornato all’antica madre e ha parlato di un’emigrazione verso la Sicilia che ha coinvolto i loro progenitori tra l’XI e il XII secolo. Emigrazione della quale, localmente, la memoria non aveva conservato traccia. Ho visto alcune signore addirittura commuoversi. So anche che, attraverso il Centro di Studi filologici e linguistici siciliani che l’ha pubblicato, hanno acquistato diverse copie del mio libro per portarlo nelle loro case e, soprattutto, nelle scuole.
Da qualche settimana consulto un vocabolario piemontese e trovo centinaia di parole uguali alle nostre (nicosiane). Desta in me meraviglia scoprire termini non più usati ai nostri giorni, ma che i nonni usavano nel loro parlare quotidiano. È opportuno che il galloitalico sia portato nelle scuole come materia di studio? Può essere inteso come un problema per quanto attiene gli errori di ortografia (mi riferisco alle doppie) comunemente fatte dai nicosiani?
Non mi meraviglia affatto che Lei in un vocabolario piemontese o, a maggior ragione, in uno ligure, trovi parole comuni al nostro nicosiano. L’area di emigrazione medievale dei coloni giunti in Sicilia è costituita dal Monferrato, quella parte d’Italia che coincide con l’Oltregiogo ligure, particolarmente l’area savonese, e con l’Alto Monferrato, coincidente in larga misura con le attuali province di Cuneo, Asti ed Alessandria. Non è inutile ricordare che l’Alto Monferrato è la parte meridionale del Monferrato, montuosa rispetto al Basso Monferrato in pianura (parte settentrionale).
Per quel che riguarda il rapporto tra scuola e galloitalico “come materia di studio”, devo fare delle precisazioni. Dico subito che il galloitalico (di Nicosia, di San Fratello, di Novara o di Piazza Armerina ecc.) non va insegnato a scuola a chi non lo parla o non lo parla più. L’unica cosa da fare, da parte della scuola (e non solo), è creare nei giovani l’interesse per il dialetto, per la cultura che esso veicola, per la storia che in esso si deposita, in un’ottica di educazione plurilingue. Quanto a parlarlo, il dialetto, alle giovani generazioni, se vogliono, non mancheranno i mezzi per farlo. Nel dialetto ci sono le nostre radici culturali e la nostra storia, ed è per questo che non va trascurato. Perché non si vada all’Italia, all’Europa e al mondo, senza radici, senza ancoraggio culturale.
Perché la scuola possa e sappia creare l’interesse per il dialetto, significa che gli insegnanti debbano avere un’adeguata preparazione. Che abbiano studiato linguistica o glottologia all’Università, che non siano digiuni di dialettologia (siciliana e galloitalica), che sappiano orientarsi all’interno della linguistica storica. Ho scritto il libro presentato a Torino e in Monferrato proprio nell’intento di dare uno strumento di lavoro agli insegnanti. Per loro l’Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione siciliana, d’accordo con il Centro di Studi filologici e linguistici siciliani sta preparando dei corsi di aggiornamento (a Catania e a Palermo nel 2020; uno per provincia nel 2021 ed uno riservato ai Galloitalici). Insomma, nulla deve essere fatto in maniera approssimativa e senza conoscere contenuti e finalità di un percorso che può essere pericoloso se affidato a mani inesperte.
Che poi il dialetto, in quanto lingua materna, possa condizionare l’italiano che adoperiamo, sia a livello parlato che scritto, è un fatto naturale, che riguarda tutti i dialetti d’Italia. E ancora una volta è compito della scuola insegnare la corretta pronunzia, la corretta scrittura, il corretto uso del lessico dell’italiano. Senza terrorismo linguistico.
Per quel che riguarda il parlato è arcinoto che in Italia si parlano vari italiani regionali se non locali, piuttosto che lo standard. E allora, è opportuno consigliare un corso di dizione? No, assolutamente, ma evitare – questo sì – quelle forme condizionate dal dialetto che vanno sotto l’etichetta di “italiano popolare”, l’italiano di chi non è andato a scuola e che usa la lingua in maniera assai approssimativa. E tante volte certe forme di italiano spiccatamente regionale se non popolare affiorano nel nostro parlato senza che ce ne accorgiamo. È qui che la scuola deve acquistare consapevolezza ed educare di conseguenza, abituando l’allievo a sapersi ben destreggiare all’interno del patrimonio linguistico italiano a seconda delle situazioni e dei contesti comunicativi in cui viene a trovarsi e a interagire.
Linguisticamente il galloitalico si deve intendere un dialetto o una lingua vera e propria?
È questa una domanda che mi viene posta molte volte. Dico subito che dal punto di vista teorico qualsiasi sistema di segni verbali che serve per comunicare, è lingua. Da questo punto di vista – teorico, non storico – il dialetto, qualsiasi dialetto, è lingua. Sul piano storico e sociolinguistico, invece, non è così, perché mentre
a) una “lingua” è un sistema elaborato, standardizzato (fa cioè da norma, da punto di riferimento da parte di chi la parla e la scrive), copre un ambito territoriale assai più vasto di un semplice dialetto e viene adoperata per tradurre altre grandi lingue di cultura oltre che per i rapporti culturali, per le leggi, per la comunicazione ad ampio raggio (si pensi ai telegiornali e alle trasmissioni televisive),
b) il “dialetto” è un sistema senza elaborazione, non standardizzato, di ambito geografico limitato e spesso adoperato solo all’interno della famiglia. Nessuna legge, tanto per renderci conto della differenza tra i due sistemi linguistici, è scritta in dialetto.
Nella “Casazza” di Nicosia, l’antica rappresentazione sacra itinerante che si svolge nel periodo pasquale, risalente a molti secoli addietro e ripresa con successo dal 2016 con un seguito cospicuo di pubblico proveniente anche da varie parti della Sicilia, le recite in rima non prevedono l’uso del dialetto nicosiano. A cosa è dovuto tale mancanza, viste le origini risalenti all’immigrazione delle colonie “lombarde”, in questo caso specificatamente “ligure”?
Sulle origini liguri della Casazza di Nicosia non sono in grado di dire nulla. Tutti ne parlano, ma nessuno ha mai saputo dare prove concrete della sua liguricità. La parola non è registrata nei dizionari liguri nè mi è capitato di trovare altri elementi che attestino la sua liguricità. E poi la Casazza non è solo di Nicosia, ma di altre città della Sicilia che non hanno nulla da vedere con le immigrazioni galloitaliche. Per quel che ne so, tutte le parti recitative della Casazza di Nicosia – almeno nel manoscritto che ci è pervenuto – sono scritte in italiano.
Per il resto girerei il problema agli storici, ai quali chiederei: quando la Casazza è stata introdotta in Sicilia e, in particolare, se prima o dopo il Concilio di Trento.
Il 6 maggio scorso, è intervenuto nel convegno “Aleramici in Sicilia” organizzato a Nicosia, anticipando la notizia che, entro fine anno è previsto la pubblicazione del “Vocabolario galloitalico di Nicosia e Sperlinga”. È possibile avere in anteprima qualche particolare in merito all’impostazione del “Vocabolario”?
Posso dire, come ho già ribadito nell’incontro del 6 maggio scorso, che il Vocabolario del dialetto galloitalico di Nicosia e Sperlinga (di Trovato-Menza), ormai in dirittura d’arrivo, rappresenta la lingua e la cultura materiale delle due città. Esso è stato impostato in maniera da dare tutte le
coordinate (fonologiche, morfologiche, sintattiche, lessicali, culturali) delle parlate nicosiana e sperlinghese. Insomma, l’opera non è una raccolta di parole dialettali delle quali ci si limita a dare il traducente italiano. No davvero. In essa si trovano illustrati non solo il lessico e le attività della cultura materiale che riguardano Nicosia e Sperlinga, ma anche la grammatica del dialetto (ortografia del dialetto, morfologia del verbo, del nome e delle altre parti variabili del discorso, formazione delle parole, registrazione dei prefissi, dei suffissi e dei confissi che servono a formare le parole, sintassi, con particolare attenzione a ciò che una parola può reggere o da cui può essere retta,). Larga parte, inoltre, è riservata agli approfondimenti culturali (etnolinguistici). Insomma – lo dico con orgoglio – in Italia (e non solo) non c’è nulla di simile.
Grazie per questa amichevole conversazione, sicuramente utile a noi nicosiani e sperlinghesi, ma anche a tutte le popolazioni che ancora oggi parlano il dialetto galloitalico in Sicilia, d’altronde essendo Lei nicosiano, ha dimostrato grande senso di appartenenza alla nostra comunità, mantenendo vive le origini linguistiche e territoriali di provenienza.
Grazie, soprattutto a Lei, caro signor Spinelli. Agli altri Galloitalici di Sicilia sento il dovere di dire che sono in preparazione i Vocabolari dei dialetti di San Fratello, dell’area di Novara di Sicilia e, in seguito, anche quello di Piazza Armerina. In preparazione è pure una monografia dal titolo “Carta dei dialetti galloitalici della Sicilia”.
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A 154 anni dalla nascita di Carmelo La Giglia (1862-1922)    
nostro illustre concittadino - speziale e poeta in vernacolo galloitalico nicosiano

Nicosia, 15 maggio 2016
Onore al merito di Carmelo La Giglia. Caposcuola letterario assieme a Mariano La Via, di quello che, poteva essere considerato un "movimento intellettuale locale embrionale" a salvaguardia del dialetto galloitalico nicosiano scritto, a cui si sono ispirati il barone Giuseppe La Motta di Salinella e negli anni successivi altri personaggi locali, come il prof. Nicolò Messina, il prof. Sigismondo Castrogiovanni, la prof.ssa Francesca Fascetta Bonomo, la prof.ssa Grazia Gangitano, la prof.ssa Enza Giangrasso, la sig.ra Santina Campagna, la prof.ssa Francesca Fascetta e tanti altri.
La nostra linguistica dialettale, è propriamente da considerarsi una "eredità di bene immateriale", così come ci spiega il prof. Salvatore C. Trovato nel suo appassionato intervento lessico-letterario di commemorazione: il vernacolo tramandatoci, ha subito indubbiamente modifiche di "adattamento locale", esso è stato introdotto sin dalla venuta di "colonie lombarde"  nel XII sec. (e precisamente dal Monferrato piemontese) trapiantate a Nicosia ed in altre città della Sicilia orientale al seguito di normanni e svevi durante la loro colonizzazione dell'isola.
Il nostro concittadino "Don Càrmeno", nasce a Nicosia il 15 maggio del 1862 e all'età di  19 anni frequenta con buoni risultati il ginnasio di Caltagirone, comune sottoprefettura, così come Nicosia entrambi appartenenti fino al 1926 alla Provincia di Catania. Successivamente intraprende gli studi universitari approdando all'Ateneo degli studi di Catania per orientarsi alla professione di farmacista, il cui laboratorio era collocato proprio al civico 51 di via F.lli Testa nella centralissima arteria viaria della città natale, dove domenica 15 maggio 2016, è stato inaugurato il bassorilievo donato dal Rotary Club di Nicosia, che ritrae il poeta e speziale, opera bronzea del giovane e bravo scultore Gabriele Venanzio di Palermo.
Nella stessa serata, è stato anticipato da parte dell'architetto Salvatore Piccone del Rotary Club di Nicosia, la presentazione di un progetto di restauro relativo alla tomba del poeta, posta nella zona monumentale del cimitero di Nicosia e quindi soggetta ad autorizzazioni da parte della Soprintendenza di Enna.
Durante la manifestazione, presso l'androne del Comune di Nicosia, sono state lette poesie, da quelle più satiriche a quelle più soavi, destando ammirazione verso il nostro poeta.
La Giglia, attento osservatore e commentatore poetico-satirico della vita pubblica e sociale della città di Nicosia nel primo ventennio del '900, non esitò con i suoi "versi di fuoco" in vernacolo a spronare i politici locali ad un maggiore impegno per migliorare le condizioni di vita dei suoi concittadini e dell'intero circondario. I suoi versi potevano destare stupore, rabbia, sgomento, incredulità, ma erano la realtà della quotidianità, della vita vissuta di quel periodo. 
Questi versi producevano come una cassa di risonanza (non saprei come altro chiamarla) tra intellettuali, borghesi e classi popolari, ma per i politici erano soltanto uno spreco di parole.
Carmelo La Giglia, dopo tanti solleciti letterari alla classe politica nicosiana e una vita vissuta anche aiutando i più bisognosi, muore nella sua amata Nicosia il 6 marzo 1922 all'età di 59 anni per una cancrena ad una gamba.
Le sue opere scritte, rimangono come riferimento di guida per decine di poeti locali che, hanno intrapreso - per passione letteraria o senso di appartenenza - la strada della salvaguardia del nostro vernacolo galloitalico nicosiano, eredità immateriale indelebile della comunità nicosiana.
(sanspi)
(in aggiornamento)

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Nicosia, 24 Novembre 2012





La tradizione del dialetto galloitalico nicosiano e la sua conservazione, si rafforzano con una nuova pubblicazione 
di alto valore letterario


Presso la chiesa di San Calogero a Nicosia (En), è stato presentato il libro "Così... per gioco",  raccolta di poesie in dialetto galloitalico nicosiano della prof.ssa Francesca Fascetta Bonomo.
La cerimonia riuscitissima, ha visto un'ampia partecipazione di pubblico, coinvolto a seguire gli interventi (mai stancanti) che si sono susseguiti nel corso della serata, tra cui quello del prof. Salvatore Trovato, Ordinario di Linguistica Generale presso l'università degli Studi di Catania e quello del prof. Nino Contino, docente di Materie Letterarie presso il Liceo Scientifico Statale "E. Majorana" di Nicosia. 
    

(Cliccare sull'immagine per ingrandire)


(traduzione)
La vita è la cosa più bella che c'è

Mi addormento e mi risveglio;
vedo spuntare il sole
e riscaldarsi le mie ossa al suo calore.

Mi lavo il viso con le mani;
mi alzo sulle mie gambe
e non so capire,
quanto sono fortunata.

Mi vesto con abiti modesti e poco consumati;
esco di casa e, poi, inizio a pensare alle faccende
che devo portare a termine
durante questo nuovo giorno.

Corro di qua, corro di là, ancora un'altro po' ...
Non trovo mai riposo,
neppure per pensare,
a quanto è grande la mia ricchezza,
soltanto perché penso
e quindi, sono viva.

Soltanto allora, tra me e me dico,
che è un grande stupido colui che,
avendo questa grande fortuna tra le mani,
non sa apprezzarla
e neppure mantenerla.

(Francesca Fascetta Bonomo)

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UN GUSTOSISSIMO DOLCE TIPICO NICOSIANO
I bracialetë (in dialetto galloitalico nicosiano)
- NICOSIA - inserita il
Ricetta tratta da pag. 440 de:
Vocabolario-Atlante della cultura alimentare 
nella "Sicilia lombarda"
a cura dei professori Salvatore C. Trovato e Alfio Lanaia
collana: Materiali e Ricerche 27
Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani
 Dipartimento di Scienze Filologiche e Linguistiche
 Università di Palermo
Palermo 2011
Atlante Linguistico della Sicilia
diretto da Giovanni Ruffino

I Braccialetti
La cosa: si tratta di una frittella in forma di bracciale che si fa generalmente nel periodo di carnevale (e Natale).
Ingredienti e lavorazione: farina, acqua, strutto e uova. Si porta a bollitura una certa quantità di acqua, ad es. mezzo litro, con un po' di strutto, perché l'impasto venga tenero, un po' di zucchero e della buccia di limone grattugiata. Vi si versa la farina, 400 grammi per mezzo litro di acqua, e si mescola il tutto finché l'impasto non si stacchi dal fondo della pentola. Si lascia quindi raffreddare in un  capace contenitore. Quando è freddo, a uno a uno vi si aggiungono le uova amalgamandole ben bene con l'impasto.
Quando questo è della consistenza dovuta, non troppo molle, per evitare la fritta, né troppo duro, con le mani unte di olio si formano delle listarelle (macarrönëtë) che si chiudono in braccialetti e si mettono a friggere nell'olio bollente. A cottura ultimata si cospargono di zucchero e cannella o anche di miele disciolto e son pronti da mangiare. 
Meglio se caldi.
È la stessa lavorazione delle sfëngë (> VII 13) e, in definitiva, dei bignè: Questi ultimi sono al forno, piuttosto che fritti.
Altre informazioni: è un prodotto di non facile realizzazione. Le uova vanno aggiunte uno alla volta, per evitare che un uovo in più possa compromettere la consistenza dell'impasto e far andare a male il tutto. 
E anche dispendioso. Oggi è possibile acquistare i braccialetti nelle pasticcerie. In passato si facevano solo nelle case in cui si poteva disporre di una certa quantità di uova e, in qualche modo, di molte galline, dal momento che in inverno la produzione delle uova calava notevolmente. Né queste si acquistavano come oggi nei supermercati o nei negozi di generi alimentari.
I Nicosiani vanno assai orgogliosi di questo loro caratteristico prodotto dolciario, che credono unico. I braccialetti nicosiani nella forma non differiscono dalle zeppole napoletane e cagliaritane, ma, rispetto a queste, sono assai più leggeri per le molte uova, e sono prive di lievito.
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dalla premessa del volume  di Salvatore C. Trovato
Professore ordinario di Linguistica generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania.

È forse la prima volta che ci si accosta ai dialetti galloitalici della Sicilia sulla base di testi accuratamente raccolti e tematicamente affini. E non tanto per rilevarne le peculiarità fonetiche o di altro tipo, su cui tanto si è scritto e tanto si è discusso al fine di individuarne i luoghi di origine, quanto per studiarne l'articolazione del lessico, in questo caso nel particolare settore della cultura alimentare, con grande attenzione per il dato culturale e nel rapporto costante con l'area siciliana circostante, con la quale i nostri dialetti per secoli hanno interagito e continuano a interagire, e ora anche con l'italiano. Certo, il vecchio problema della individuazione delle origini dei nostri dialetti - monferrini nel senso ampio, o valmaggini -, croce e delizia di chiunque si sia accostato ad essi, non si pone più o non si può più porre alla vecchia maniera.
Oggi, se ancora esiste un problema delle origini, non è quello di individuare le sedi storiche di emigrazione, ma, semmai, quello di conoscere le origini socio-culturali degli immigrati. Perché è chiaro che queste parlate, pur avendo conservato intatti non pochi dei caratteri originali - soprattutto fonetiche - hanno assai probabilmente eliminato i fatti lessicali più marcati, via via che si sono formate le koinè locali siciliano-galloitaliche.
L'indagine del lessico specialistico delle nostre parlate ........

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Per acquistare il volume: 
prenotarsi presso la cartolibreria AGORÀ 
di Scardino Santa
via Casale, 15 Nicosia (En)
cell. 366.3011647












                                     
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Beni immateriali di Nicosia
Il dialetto galloitalico 
nella variante più arcaica
Tratto da:
Nicosia: alla riscoperta della città
L'antico quartiere di San Michele Arcangelo
tra vie, vicoli, chiassi e cortili
testo della prof.ssa Alda Di Cataldo
Secondo Circolo Didattico "San Felice" - Nicosia
progetto di Curricolo Locale - plesso San Domenico
a.s. 2005 -2006
(su gentile concessione)

Nicosia esisteva anteriormente alla conquista normanna. Venne assediata dal Conte Ruggero nel 1062 e una serie di circostanze favorì tra la fine dell'XI e il XIII secolo l'immigrazione in Sicilia di gruppi provenienti dalla Liguria e dal Piemonte meridionale e dalla Lombardia.
A Nicosia le immigrazioni settentrionali si sovrapposero alla popolazione preesistente che abbandonò la parte alta della città, il quartiere di S. Maria Maggiore, preferita dai conquistatori Normanni e si stabilì nella zona bassa dando origine al quartiere di S. Nicolò, dal nome della nuova chiesa che la componente greco-bizantina vi costruì.
Di quella divisione iniziale si trovano ancora oggi tracce nello stesso dialetto che, pur se sostanzialmente unitario, per taluni tratti, soprattutto fonetici, è diverso nel quartiere galloitalico di S. Maria Maggiore e in quello di S. Michele rispetto a quello di S. Nicolò, sede della popolazione indigena dopo l'immigrazione (cfr. Trovato) 1998: 54).
Prospetto chiesa San Michele Arcangelo 
 Nicosia (En)
Nicosia, attualmente, è una delle colonie linguistiche galloitaliche della Sicilia studiate di più e da più tempo. Il suo repertorio presenta, oggi, a livello dialettale due codici:
- un galloitalico abbastanza vitale che mantiene numerosi caratteri originali italiani settentrionali, relativi alla fonologia, alla morfologia e ad alcune componenti della grammatica;
- un codice secondario, un "siciliano del posto" che rappresenta l'adattamento morfologico e lessicale del codice primario, il galloitalico, ai dialetti non galloitalici dei centri limitrofi. L'interferenza fra i due codici ha prodotto nel tempo modificazioni nell'uno e nell'altro codice anche se con modalità e in misure diverse.
I due quartieri più antichi della città, S. Maria Maggiore e S. Michele, sono i più conservativi per quanto riguarda il dialetto galloitalico. Infatti, dalle indagini effettuate dal prof. S. Trovato è emerso che la variante linguistica dell'idioma parlato nei sopraddetti quartieri è più arcaica e autentica e mantiene in misura prevalente, ancora oggi, i caratteri originari e rustici del galloitalico della madrepatria rispetto all'idioma parlato in altre zone della città. Tale diversità è ben visibile analizzando anche i testi in dialetto galloitalico di due scrittori nicosiani provenienti da quartieri diversi:
Nicolò Messina, scrivente nativo nel quartiere di S. Nicolò, soggetto a maggiori interferenze linguistiche;
Sigismundo Castrogiovanni, scrivente nativo nel quartiere conservativo di S. Michele, soggetto a minori contaminazioni esterne.
Durante le visite nel quartiere di S. Michele è stato inevitabile l'incontro con persone anziane che, sedute a gruppo nel cortile o sui gradini accanto alla porta della propria abitazione, lavorando all'uncinetto e "e gughje" discutevano  di fatti e "misfatti" del quartiere.
Si sono rivolti a noi con il loro idioma e devo dire che la loro parlata, sia nella riflessione che nei vocaboli, è ben diversa da quella utilizzata da alcuni miei allievi che vivono, comunque, nei due quartieri più conservativi e parlano e sentono parlare quotidianamente il galloitalico.
Le contaminazioni e le influenze sono poco evidenti nell'idioma parlato dagli anziani, sia perché sono vissuti in campagna sia perché il quartiere è ubicato nella zona periferica della città, poco raggiungibile e non passaggio obbligato, così è più facile, per loro, entrare in contatto con altre persone dei paesi vicini e subire, evidenti interferenze linguistiche.
I giovani, invece, escono dal quartiere e frequentano persone e luoghi diversi e, nonostante i nonni e gli anziani siano un baluardo per la difesa della varietà più autentica del galloitalico, si assiste, nella loro comunicazione, ad una epurazione dei termini "più stretti" e ad una sovrapposizione, alternanza e mescolanza di galloitalico, siciliano e italiano popolare; quest'ultimo è parlato da molti genitori per timore che i propri figli possano avere difficoltà nella lingua nazionale e un conseguente insuccesso scolastico.
Tutto ciò può comportare, anche nelle giovani generazioni che vivono nei quartieri più conservativi, ad un'assimilazione del galloitalico al siciliano o all'italiano popolare con l'inevitabile perdita di un patrimonio culturale immateriale che ha caratterizzato il paese per molti secoli.
Se non salvaguardato e studiato, come si sta sperimentando in qualche scuola secondaria di primo grado, inevitabilmente il galloitalico andrà in estinzione. Infatti l'esodo dalle aree rurali, la perdita di antiche tradizioni, l'influenza dei mezzi di comunicazione di massa, positivi per altri versi, la globalizzazione culturale e la sottocultura rendono particolarmente vulnerabile tale eredità immateriale.
Ma proprio per questa sua natura, è indispensabile che il galloitalico venga valorizzato e salvaguardato in quanto elemento essenziale dell'identità culturale di un territorio e della sua comunità.
Il dialetto non può né deve sostituire la lingua italiana, espressione di unità nazionale e di uguaglianza linguistica e sociale, ma dovrebbe essere conosciuto, compreso e parlato nella sua forma originaria nei contesti adeguati e nelle interazioni comunicative familiari, perché patrimonio significativo della cultura locale e strumento in grado di veicolare con maggiore efficacia, arguzia e vivacità, rispetto all'italiano, espressioni, battute, aneddoti  e soprattutto il patrimonio culturale immateriale.
.........


Alcuni versi della poesia in dialetto nicosiano "Il voto"
di Carmelo La Giglia (Nicosia 1862-1922)
Traduzione:
Io sono amico del popolo basso,
e lo rispetto come quello più elevato;
vorrei con premura che facesse un salto
per trovarsi a livello del ricco e dell'arrichito

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"Risonanze di Memoria"

Per ricordare Sigismundo Castrogiovanni (1933-2007), maestro e poeta dialettale nicosiano


Presso l'Aula Magna del Liceo Classico "F.lli Testa" di Nicosia, martedì 3 giugno, è stato presentato il libro "Risonanze di Memoria", raccolta di poesie e fotografie dedicato alla memoria di Sigismundo Castrogiovanni. La manifestazione a ricordo della figura e del lavoro del maestro nicosiano, che con il suo impegno professionale e sociale, ha mantenuto vivo culturalmente l'interesse delle nuove generazioni di nicosiani verso il dialetto gallo italico, è stata seguita da una nutrita presenza di pubblico. Egli ci tramanda poesie e componimenti vari, di cui molti in attesa di pubblicazione.
DAL LIBRO DI ALBERTO MICALIZZI
Il cuore nella valigia
edito da “Il Quadrifoglio”, Livorno 2006
(pubblicazione fuori commercio)

Carmelo La Giglia
(1862 – 1922), poeta nicosiano
A cento anni dalla pubblicazione di “Musa Vernacola”


….. Accanto al lavoro del cronista e del giornalista, il poeta-farmacista Carmelo La Giglia rappresentò l’insieme dei sentimenti di solitudine e di speranza di chi partiva e il senso di disperata sconfitta di coloro i quali non erano riusciti a trovare quella fortuna idealizzata nel lungo travaglio che aveva preceduto l’esodo.
Poeta dialettale di grande spessore, utilizzò il dialetto gallo italico - eredità della dominazione normanna e sveva in Sicilia per ricordare i suoi cittadini all’estero, in specie quelli che si erano trasferiti negli Stati Uniti. Ed ad essi dedicò in particolare un atto unico, A Mereca, dato alle stampe assieme alla raccolta di poesie Musa Vernacola, pubblicata dall’Unione Tipografica di Nicosia nel 1908 e dedicata all’amico Mariano La Via, tra i più attenti studiosi del dialetto gallo italico, autore di importanti saggi sull’argomento. Mariano La Via costituiva, per il poeta nicosiano, l’uomo di cultura impegnato nello studio del folclore e della storia della città, strenuo difensore del carattere proprio di una cittadinanza che lo vide direttore de L’Eco dei Monti e lo elesse al Parlamento per il Collegio di Nicosia nel 1909.
Con quest’opera – la cui vendita andava interamente a beneficio delle cucine economiche per i concittadini poveri – il poeta ringraziava il La Via per l’amore mostrato negli studi glottologici sul dialetto nicosiano.
Lo stesso professore M.A. Garrone, nella lettera in risposta al poeta che gli chiedeva un giudizio sulla sua opera, considerò il bozzetto drammatico A Mereca semplicemente meraviglioso, in quanto costruito su “figure perfette, venute su senza stento, senza studio, con impareggiabile felicità di tocco” e, quindi, veritiero nel suo svilupparsi.
Mariano La Via provvide a spedire Musa Vernacola in 250 copie e al prezzo minimo di 50 soldi anche oltreoceano. La notizia fu diffusa nella metropoli americana attraverso un articolo del quotidiano in lingua italiano Il Telegrafo. Tra le varie organizzazioni mutualistiche, la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai di Nicosia in New York Fratelli Testa raccolse la somma – notevole per quegli anni – di 10 lire, tanto da meritare un ringraziamento particolare da parte del prosindaco La Via, che dichiarò come l’organizzazione operaia avesse onorato con il gesto la classe sociale rappresentata e “altresì i nostri emigrati, i quali sempre e dovunque restano nicosiani, italiani”.
La Giglia intrattenne in prima persona stretti contatti con le associazioni nicosiane d’America, alle quali riconosceva lo sforzo di mantenere salde le radici dei propri iscritti e l’amore per una terra che ormai non avrebbero avuto la possibilità di rivedere. L’amore verso i suoi concittadini all’estero egli lo dimostrò soprattutto con i versi che inviava a New York in occasione di vari festeggiamenti che la Gioventù Nicosiana era usa fare periodicamente con gli associati, E la società erbitense, riconoscente verso il proprio cantore, lo elesse socio onorario a vita.
Nelle rime pubblicate nella raccolta Frizzi e carezze del 1911 traspare, oltre all’orgoglio di poter inviare i versi ad una associazione ammirata e il dolore per non essere presente alla riunione conviviale, l’amarezza per aver dovuto lasciare uno Stato che aveva richiesto il sangue di tanti compaesani in occasione dei moti risorgimentali e che poi, una volta portata a compimento l’unità del paese, aveva abbandonato i suoi figli al loro destino, costringendoli ad emigrare. Amarezza accompagnata anche dalla constatazione che il comportamento del governo sabaudo veniva sovente giustificato dal servilismo che caratterizzava la classe politica italiana.
Il rapporto con la società newyorkese fu costante, come è dimostrato ad esempio da altri versi del poeta in occasione dell’incontro conviviale tenuto dall’organizzazione a sostegno dello sforzo bellico durante la guerra di Libia del 1911.
Carmelo La Giglia si fece “vate” dell’impresa italiana, intravedendo nella conquista del territorio africano l’occasione per una colonizzazione da parte delle masse italiane, costrette ancora ad emigrare oltreoceano.
La conquista da parte delle truppe italiane delle province di Derna, Tripoli e Bengasi avrebbero così permesso il ritorno dei compaesani, nuovi colonizzatori di una acquisita terra italiana, degna di essere fecondata del proprio sudore.
Lo stretto rapporto d’amicizia che intratteneva con alcuni dei nicosiani stabilitisi negli U.S.A. portò La Giglia a produrre versi in onore di specifiche occasioni privati. È il caso, ad esempio dei veri cantati per il matrimonio dell’avvocato e banchiere, nonché corrispondente del L’Eco dei Monti prima e del Il Fascio Nicosiano poi Carmelo Amoruso con Rosina Garigliano. E all’amico Amoroso si rivolgeva, cantando che, da buon nicosiano, egli aveva scelto una moglie del paese natio.
Dotate di quella satira che talvolta, per Sciascia “si discioglie in toni crepuscolari” anche le pagine dedicate dal farmacista-poeta al fenomeno migratorio fanno intravedere uno spaccato di vita paesana entro e fuori la Sicilia: quella Nicosia a volte rifiutata da chi è costretto a restare e a vivere di stenti e amata da che, per vivere, è costretto a partire per lidi lontani.
I versi di La Giglia, ironici e allo stesso tempo intrisi di tristezza per i fratelli lontani, dipingono sentimenti comuni ai letterati che si sono interessati all’emigrazione, esprimendo in più il senso di appartenenza ad una società diversa dalle altre non soltanto per il dialetto ma per le tradizioni comuni che ne fanno un unicum in tutta la Sicilia.

Alberto Micalizzi

Poesia in galloitalico nicosiano


Giuseppe La Motta di Salinella, un poeta sconosciuto
di Salvatore C. Trovato (nicosiano)
ordinario di Linguistica generale presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Catania

Sul num. 15 de «L’Eco dei Monti» del 15 aprile 1906, p. 2 venne pubblicato un componimento poetico – dal titolo N corpö de vëntö e n corpö de destin – formato da tre quartine di endecasillabi a rima alternata, anonimo o, meglio, firmato con uno spiritoso pseudonimo « U zu ia » e cioè lo ‘zio Io’. L’uso del dialetto è impeccabile e lo pseudonimo non serve certo a nascondere l’autore ai lettori. Chiunque, nell’ambiente nicosiano di un secolo fa, era in grado di sapere chi era l’innamorato triste e deluso che possedeva una villa a Valdinora, una contrada del Nicosiano. Dopo un secolo, però, non sarebbe stato facile riconoscerne l’identità se, di lì a qualche mese dalla pubblicazione su «L’Eco», Gaetano Amalfi, Regio Procuratore presso il Tribunale penale e civile di Nicosia, non avesse ripubblicato quel componimento, per un pubblico più vasto, sul num. 12 del «Giambattista Basile. Archivio di Letteratura popolare» (15 dicembre 1906, pp. 89-93, a corredo dell’articolo Nicosia e il suo dialetto, già pubblicato sul numero precedente della stessa rivista: n. 11 del 15 novembre 1906, pp. 81-85), attribuendolo al barone Giuseppe La Motta di Salinella (1882-1967), giovane rampollo di una illustre famiglia della città.
Il testo del La Motta fu pubblicato insieme agli ancora inediti Folipu e Cicoza e A Ferrovia di Carmelo La Giglia, i quali, due anni dopo, nel 1908, verranno a far parte del volume Musa vernacola.Questa la vicenda editoriale del componimento. Ma, a voler ora appagare la curiosità del lettore, è giusto riportare in questa sede il componimento del La Motta. Lo riporto nella ortografia da me ideata per il futuro Vocabolario del dialetto di Nicosia e che presto proporrò anche ai navigatori nicosiani e sperlinghesi che approderanno a “Nicosianews”, dal momento che non è possibile riprodurre anche la ortografia originaria, che è quella ideata per il nicosiano da Mariano La Via e adoperata nella sua opera poetica da Carmelo La Giglia. Segue la traduzione delle singole quartine, anch’essa tratta dal «Giambattista Basile».

N corpö de vëntö e n corpö de destin

Un colpo di vento e un colpo di fortuna


Dananzö dâ mia rroba a Vaudenora
ghj’è n arbölö de mëÙndöla nsciörù
pe nsina a stömatin iera na frora,
tutö de sciörë branchë iera vestù;

Innanzi alla mia proprietà a Valdinora,
c’è un albero di mandorlo fiorito:
fino a stamane era una flora,
tutto vestito di candidi fiori;


Ma öra che cömpà vëntö fëÙ mendita,
de tut’i sciörë lìberö ö spoghjà;
e mëntö stömatin paria na zita
bëndema a talielö fa piatà!

Ma ora che compar vento ha fatto vendetta,
di tutti i fiori totalmente l’ha spogliato;
e mentre stamattina sembrava una sposa,
ora anche (semplicemente) a guardarlo fa pietà!


Göscì ö mia cuorö, che iera namörà,
tutö de cöntentëzzë iera nsciörù;
ma öra che Marözza me ddascià
öra nen godö e mancö spera chjù!
Ö zu ia

Così il mio cuore ch'era innamorato,
tutto di contentezze era fiorito;
ma ora che Maria mi ha lasciato,
ora non gode e neppure spera più!
Il signor Io.



L’Amalfi chiude il suo articolo con questo breve commento: «Quanta delicatezza e quanto affetto!». Un commento che non possiamo non sottoscrivere, ma che nello stesso tempo ci fa porre una domanda: la delicatezza e la bravura compositiva del giovane poeta si esaurirono nell’arco di questo solo componimento?
L’augurio è che la famiglia possa rivelarci dell’esistenza di tanti altri delicatissimi inediti da far conoscere alla comunità e al mondo degli studi.
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pubblicato da Nicosia news il 13 dicembre 2007

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di Enza Giangrasso da Nicosia

Demö lödë o pan

Amisgi,
davì volè bien ö pan,
che è ö cuörö da casa,
l’odörö bön, alöra alöra, sförnà,
a pasgiö da tavöla,
dö rricö e dö povareddö.
Davì pörtè rëspieito o pan,
che, ciösö na na spiga peccida,
è a gloria dö prà,
a grazia dö terren,
a festa da vita.
Davì onorè ö pan,
sudörö e vantö de viddaë
e de deö nen fei tristö usö
përché d’ognö giörnö è a ricchezza
è n rregalö santö
pe tute i famigghjë dö möndö.

Enza Giangrasso
Nicosia

tratto da: VIII Rassegna di poesie e prosa in dialetto galloitalico (2006)
a cura dell'Archeoclub d'Italia - sede di Sperlinga (En
)
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traduzione:
Diamo lode al pane
Amici,
dovete voler bene al pane,
che è il cuore della casa,
l'odore buono, appena sfornato,
la pace della tavola,
del ricco e del poverello.
Dovete portare rispetto al pane,
che chiuso in una spiga piccola,
è gloria del prato,
la grazia del terreno,
la festa della vita.
Dovete onorare il pane,
sudore e vento dei contadini,
e di lui non fate cattivo uso,
perchè ogni giorno è la ricchezza
è un regalo santo
per tutte le famiglie del mondo.
Enza Giangrasso da Nicosia
Ricordando con una poesia
in galloitalico nicosiano
il maestro
Sigismondo Castrogiovanni
(recentemente scomparso 1933-2007)



Sigismondo Catrogiovanni nasce a Nicosia il 5 maggio 1933 nel quartiere di San Michele. I suoi genitori erano piccoli proprietari terrieri (massari) che per la maggior parte dell'anno risiedevano in campagna. Frequenta a Nicosia le scuole elementari e la scuola di avviamento fino al 4° ginnasio, poi, a causa della bocciatura, il padre lo porta con sè in campagna. Nel 1954 parte per il servizio militare; al ritorno riprende a studiare. Nel 1956 si sposa e nel 1957 consegue il diploma di insegnante elementare. I primi anni di insegnamento li ha prestato in Calabria, per tornare a Nicosia nel 1964.
Il maestro Castrogiovanni, convinto che lo studio del dialetto a scuola non pregiudichi l'apprendimento dell'italiano, anzi lo potenzia e lo rende più consapevole, si dedica a comporre in dialetto e a far rappresentare alcune delle sue opere ai suoi alunni.
Nel 1986 si costituisce a Nicosia il gruppo "Amici della poesia", in cui periodiocamente ognuno recita agli amici i propri componimenti sia in italiano che in dialetto.
Nel 1992 Castrogiovanni lascia l'insegnamento ma non i contatti con la scuola nè l'interesse per la poesia e per le tradizioni locali.
Notevole è la produzione letteraria:

Opere edite:

1. Sovreprasgëssö (Progetto Galloitalici, sez. letteraria, vol. II, Ed. Il Lunario, Enna 1995) definito documento linguistico e folclorico di primaria importanza ancora più che poetico. Trattasi di etnotesti in versi che danno uno spaccato assai interessante e poetico perlopiù inedito della vita e delle tradizioni di Nicosia, in parte ancora vive soprattutto tra i contadini e i "massari". In questo lavoro l'autore adotta le parole, le frasi e i costrutti più tradizionali usati nella sua famiglia e nelle famiglie contadine in genere, soprattutto nei due quartieri più conservativi, S. Maria Maggiore e San Michele.

2. "A Passiön [Ed. Il Lunario, Enna, 2003, Collana: La Sicilia lombarda I], sorta di dramma in versi diviso in quattro atti in cui sono rivissute le fasi della passione di Gesù Cristo.

Favole in dialetto nicosiano, in "L'Eredità Immateriali dei Centri Ennesi. Dalle etnofotografie di G. Rohlfs alle favole in dialetto galloitalico di Nicosia, Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna, Il Lunario, Enna 2005.

Attendono di essere pubblicate ancora molte opere.

(poesia)

Otto novembre 1997

Ö uöitö de Novemberö L'Otto di Novembre
ma padrö me ddascià mio padre mi ha lasciato
ia sögnö ncödögnà io sono angosciato
quant’un s’ö po’ pensè. quanto ciascuno può immaginare.
Öra davera è mortö, Ora davvero è morto,primönen ghje credia, primna non ci credevo
perchë tâ massaria perchè nella masseria
öra n’ö vëdö cchjù. ora non lo vedo più.
Settà sötta ö calibsö Seduto sotto l'eucalipto
ö söö pe cöödierö al sole per stare caldo
mprontö pe recunterö pronto a raccontare
csë dô so passà. cose del suo passato.

Ö zzëpö tâ so ngiön Il ceppo nel suo angolo
söva ö so ciumazzëtö sopra il suo cuscino
che söö corcö zzeddëtö che solo qualche uccello
scömponö ö giörnö ö fa. il giorno va a visitare.

Öra a dama fuiö Ora dobbiamo correre
ö tëmpö nem l’avëma il tempo non l'abbiamo
nöë ne ne ghje settëma noi lì non ci sediamo
pe ndenë a rrepösë. per andarci a riposare.

Pà, tutë dde regordë Padre, tutte le raccomandazioni
e chëö che me nsegnastë e quello che mi hai insegnato
chëö che me cösegnastë quello che mi hai consegnato
le dà ssavè nsegnè? lo devo sapere insegnare?
A vita erö cangiada La vita è cambiata
arrasö sönö i fighjë i figli sono lontani,arrasö migghjë e migghjë lontani chilometri e chilometri;da chi le dà nsegnè? a chi li devo insegnare?
Chissà, settà tô zzëpö Chissà, seduto sul ceppo
i spettö a cömparisciö; li aspetto arrivare;a vita nen fenisciö la vita non finisce
sa un è marezzà.
se uno è amareggiato.

Sigismondo Castrogiovanni
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.... e ancora del galloitalico .........
Addio a Sperlinga
(Monologo di Giovanni)
Tratto da: “Ntra de niaötë”, scena V
di Maria Seminara da Sperlinga (En)
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Nata a Catania, e vive a Sperlinga (En). Ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Classico "F.lli Testa" di Nicosia e la laurea in Lettere Classiche presso l'Università di Catania.
Insegna materie letterarie presso la Scuola Media Statale "D. Alighieri" di Nicosia (sez. staccata di Sperlinga). Nell'ambito dei suoi interessi culturali, una attenzione particolare è stata rivolta alle tradizioni popolari e al dialetto galloitalico per la cui conservazione e valorizzazione ha scritto diverse commedie (Ntra de niaötë, Toute le monde en boite, Ö cömpagnamëntö, Ö catuoi, A partenza, Ma che nichë e nachë ).

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Primogenito di una famiglia patriarcale della prima metà del Novecento, Giovanni, stanco della vita di stenti e di fatica che conduce, decide di partire per l'America in cerca di una vita migliore. Ma prima di partire va a rivedere le sue "cose", il suo mondo, ed eleva un canto d'addio al suo paese natio.

Stanuoite me pare ca ë stëddë ddusgene chjùssai
Forse macara dëi, me vuone saludë.
Chissà sa a Mereca ghje ne sö de göscì assai e ddusgëntë!
Stömatìn, all’aöbëta, quande ancöra nen se vedìa arma viva,
me ne ndai a defuora.
Me ddivai ë stivalöi e camminai söva l’euguazzina;
era ancöra tra lustre a scure e l’èugua dö sciume,
scörrënde menze ë pöntai, paria che me desgìa:
“Adieö Giuane, adieö".
Ndai ne staddë a taliè ë nimalëtë:
ognun era o so poste e se cöudiavëne cö sciadön.
Ma ö mia poste onda è?
Me stendighjai nterra e basgiai dda terra ch’avia pistaite tante vortë.
Era frësca, nëira e modda: ne pighjai n pugne pe pörtemela a Mereca.
Te salude rocca dö castëö, ca ca to ömbra cömpagnastë ë miei giuöghë.
Te salude Sperrënga, paise söva a rocca e nintra a rocca.

Ia me ne vaghe, ma ö mia cuore ö ddasce zà.

Maria Seminara

Traduzione:

Stasera mi sembra che le stelle brillano di più.
Forse, anche loro, mi vogliono salutare.
Chissà se in America ce ne sono così tante e brillanti!
stamattina, all'alba, quando ancora non si vedeva anima viva,
me ne sono andato in campagna.
Mi sono tolto gli stivali e ho camminato sulla rugiada;
era ancora l'alba e l'acqua del fiume,
scorrendo fra i sassi sembrava mi dicesse:
"Addio Giovanni, addio".
Sono stato nelle stalle a guardare gli animali:
ognuno era al suo posto e si riscaldavano col fiato.
Ma il mio posto dov'è?
Mi sono sdraiato per terra e ho baciato quella terra che ho calpestato tante volte.
Era fresca, nera e molle: ne ho preso un pugno per portarla in America.
Ti saluto, rocca del castello, che con la tua ombra accompagnasti i miei giochi.
Ti saluto, Sperlinga, paese sopra la roccia e dentro la roccia.
Io me ne vado, ma il mio cuore lo lascio quà.

Maria Seminara
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le due poesie sono tratte da: VIII Rassegna di poesie e prosa
in dialetto galloitalico - pagg. 34-35 e 182-183
A cura dell'Archeoclub d'Italia - sede di Sperlinga (En)
19 agosto 2006 - Edizioni NovaGraf, Assoro (En)

"Ntra de niaote" (tra di noi) il libro di Maria Seminara da Sperlinga (En). Testi teatrali in dialetto gallo-italico.

È stato presentato ieri sera (giovedì 7 giugno 2007), presso la sala convegni del Seminario vescovile di Nicosia in contrada Murata, il libro in dialetto galloitalico: “Ntra de niaote” della prof.ssa Maria Seminara, docente di lettere presso la sezione staccata di Sperlinga dell’Istituto Comprensivo “D. Alighieri” di Nicosia.
La pubblicazione raccoglie fotografie e testi teatrali di commedie in dialetto.
Gli interventi di alcuni partecipanti (Salvatore Lo Pinzino della Sprintendenza di Enna, Giovanni D’Urso Presidente del Kiwanis Club di Nicosia, Ignazio Furnari Preside dell'Istituto Comprensivo D. Alighieri di Nicosia e la Dr.ssa Ina Cacciato Presidente della Sez. FIDAPA di Nicosia), hanno rimarcato la conservazione e la diffusione del dialetto alloglotta del galloitalico, quale riferimento caratteriale storico-culturale di una popolazione siciliana di 60-65.000 abitanti, di alcuni comuni delle province di Enna (Nicosia, Sperlinga, Aidone e Piazza Armerina), Catania (Randazzo) e Messina (San Fratello), che ancora oggi mantengono l’uso del dialetto galloitalico come madre lingua.
Durante la serata, i maestri Dario Fortunello al pianoforte e Francesco Giannotta al corno, hanno presentato nove brani musicali (tra classica e moderna) ben apprezzati dal pubblico presente. A seguire, un recital di poesie (della stessa scrittrice), presentati da tre giovani studenti in costume d’epoca. L’intervento del Sindaco di Nicosia, Antonello Catania ha concluso la serata, apprezzando il lavoro e l’impegno di Maria Seminara, ed indicando tali manifestazioni, come auspicio e stimolo per i giovani ad esternare le proprie vocazioni letterarie a mantenimento delle nostre radici storiche. (Busto marmoreo a ricordo di Carmelo La Giglia (1862-1922), speziale e poeta dialettale nicosiano, posto nell'androne del Comune di Nicosia).

La parlata di Nicosia: il galloitalico.

Nel 1061, le truppe normanne di Ruggero d’Altavilla, iniziarono la conquista della Sicilia, che, dopo una devastante guerriglia durata ben trent’anni, venne sottratta agli Arabi. Questi erano sbarcati nell’isola nell’827, a Rametta (oggi Rometta), nei pressi di Messina, cadde nel 965.
Passato lo Stretto, i Normanni conquistarono Messina e successivamente si spinsero fino a Traina (oggi Troina), che divenne la loro roccaforte. Spostandosi via via verso occidente, dopo aver preso Cerami, tentarono di prendere Nicosia, ma non ci riuscirono, perché il conte Ruggero dovette immediatamente far ritorno a Troina, dove gli abitanti si erano energicamente sollevati contro le soldataglie normanne che volevano farla da padroni anche sulle donne della fiera città siciliana. Nicosia cadrà due anni dopo.
La lunga guerra di conquista, la devastazione del territorio siciliano, e i conseguenti vuoti demografici che si erano venuti a creare, ferma restando la presenza degli Arabi sconfitti (solo i nobili erano passati in Tunisia o in Andalusia), indussero i conquistatori a colmare quei vuoti facendo affluire popolazioni dal Nord Italia. Si prestò alla bisogna la politica matrimoniale degli Altavilla che si erano più volte imparentati con gli Aleramici del Monferrato, nonché il grave disagio economico e sociale di larghe plaghe del Nord Italia (particolarmente i territori corrispondenti al Piemonte meridionale, all’entroterra ligure e all’Emilia occidentale). Si creò così un largo afflusso di popolazioni verso il Sud dell’Italia e cioè verso la Sicilia e la Lucania.
I nuovi arrivati, probabilmente sbarcati nei porti settentrionali della Sicilia e raccolti in gran numero a Santa Lucia del Mela, vennero immediatamente sistemati lungo una linea di stanziamento che dalle coste settentrionali dell’Isola giunge a quelle meridionali, da San Fratello, insomma, fino a Butera. In questo modo la Sicilia venne strategicamente tagliata in due: gli Arabi della Sicilia sud-orientale non potevano ricongiungersi con quelli della Sicilia centrale e occidentale, senza fare prima i conti con i Lombardi di Sicilia.
La dislocazione dei centri abitati dagli immigrati settentrionali copre perfettamente la linea nord-sud, come si osserva dalla stessa elencazione dei centri che ancora oggi conservano il dialetto importato in Sicilia nel quarantennio che va dal 1091 al 1130:
Provincia di Messina: San Fratello (con la diramazione recente di Acquedolci), Novara di Sicilia con la folta chioma dei villaggi circostanti (Fondachelli-Fantina, comune autonomo dal 1950), Montalbano Elicona;
Provincia di Catania: Randazzo e Caltagirone;
Provincia di Enna: Nicosia, Sperlinga (galloitalica però dalla fine del XVI secolo per riassetto della popolazione e proveniente in maggior parte da Nicosia ), Piazza Armerina, Aidone;
Provincia di Siracusa: Ferla, Buccheri, Càssaro.
In tutti questi centri il dialetto che vi si parla non è il siciliano, come nelle altre parti della Sicilia, ma il galloitalico. Un dialetto di tipo italiano settentrionale, che, nel corso ormai di quasi un millennio, si è in vario modo mescolato col siciliano, senza tuttavia perdere i caratteri originari.
In città come San Fratello, Nicosia, Sperlinga, è addirittura possibile sentir parlare due dialetti: il galloitalico tradizionale e il siciliano del posto, fortemente, quest’ultimo, condizionato dal galloitalico. Accanto, ovviamente, all’italiano.
Ricevettero nuclei di popolazioni galloitaliche pure Capizzi, Vaccària, Butera e Corleone. Ma Capizzi, venne distrutta e gli abitanti dispersi a seguito della ribellione della cittadina a Federico II (1233); Vaccaria, nel corso del XIV sec. si estinse e i suoi abitanti si trasferirono nella vicina Nicosia (nel quartiere detto del Vaccarino); Butera venne distrutta a seguito di una ribellione già in epoca normanna, ai tempi di Guglielmo I. Nel dialetto di Corleone l’elemento galloitalico è stato assorbito dal siciliano.
Molti centri della valle dell’Alcantara, da Piedimonte fino a Randazzo e più su fino a Santa Domenica Vittoria, presentano nei propri dialetti elementi italiani settentrionali.
Gli studiosi dell’Università di Catania da tempo studiano queste realtà e stanno approntando ben cinque vocabolari relativi alle parlate di San Fratello, di Nicosia e Sperlinga, di Novara di Sicilia (e dintorni) e di Piazza Armerina. Da più di un decennio è stato pubblicato quello di Aidone. Numerosi i convegni e i corsi di aggiornamento organizzati dagli stessi studiosi e numerose sono anche le pubblicazioni relativi ai nostri dialetti.
La conoscenza è l’unico elemento che possa far apprezzare, valorizzare e salvaguardare questi dialetti. Un bene culturale di inestimabile valore.
Santo Spinelli
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VIII Rassegna di poesie e prosa in dialetto galloitalico
Sperlinga 19 agosto 2006Edizioni: NovaGraf – Assoro (En) ottobre 2006
A cura dell’Archeoclub d’Italia, sede di Sperlinga (En)

via Roma, 37 - 94010 Sperlinga (En)
Antonino Bonomo, Simone Guglielmo, Salvatore Lo Pinzino e Salvatore Scalisi
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IL GALLOITALICO: lingua di Sicilia

Giunta alla ottava edizione la Rassegna è frutto dell'impegno e della fatica di tutti i poeti, di appassionati e degli amministratori del Comune di Sperlinga. Quando nell'estate del 1998 ci siamo fatti promotori di questa iniziativa la risposta di tutti è stata chiara e solidale.
I primi contatti li abbiamo avuti con i poeti di Nicosia, poi non ci è stato difficile coin­volgere gli autori di Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, Ferla, e Novara di Sicilia. Il contatto con le altre realtà galloitaliche ha permesso una viva conoscenza delle differenze fonetiche e ha posto il problema della grafia unica nonché la traduzione del testo in lingua italiana.
La Rassegna che si svolge il 19 agosto vede la partecipazione di tutti i poeti. I testi sono letti dagli autori stessi e questo rende la manifestazione molto carica di messaggi, di gesti, di quel tanto "non detto" che tuttavia è ben percepito. È una grande emozione sentire nello stesso momento l'accento campagnolo di Sperlinga e di Nicosia, il vocalismo di Piazza Armerina ed Aidone e la forza della intonazione di San Fratello così come le nasali di Randazzo e Montalbano Elicona.
La Rassegna serve a mettere in contatto le realtà galloitaliche e non vengono imposti vin­coli sulla scelta dei lavori. Essa ha posto un obbligo, quello di pubblicare in un opuscolo i lavori letti. Necessità che nasce dalla convinzione che le "pubblicazioni" permettono una sal­vaguardia del dialetto e nello stesso tempo fanno letteratura.
Leggere i lavori contenuti in questa antologia permette di rivivere uno spaccato sonoro, storico e culturale tipico di una Sicilia Medievale che ha avuto contatti con diverse etnie.
I testi sottolineano una vita ricca di ricordi, di momenti religiosi e storici, di consigli e avvertimenti, di considerazioni e analisi filosofìche al pari delle altre letterature volgari euro­pee del Medioevo. Oggi scrivere poesie in dialetto galloitalico è a nostro avviso una opera­zione che entra più nei meandri del catartico e permette di liberare la persona dalla tenaglia di una quotidianità strutturata e rigida. Leggere in galloitalico ci porta ad eseguire delle ope­razioni mentali che vanno verso l'emergere di ricordi dell'infanzia, di suoni ancestrali, di entrare in simbiosi con l'io collettivo di questa entità linguistica e culturale. Riuscire a pro­durre un testo in galloitalico e nello stesso tempo riuscire a leggerlo pone, lo scrittore e il let­tore sullo stesso piano con la voglia di scoprire questi legami che ognuno ha con la propria lingua. Gli autori scelgono temi e parole sentendosi ancora gli eletti tenutari per tramandare ancora questo nostro patrimonio; noi lettori siamo con loro partecipi alla conservazione di questa ricchezza. E se il dialetto viene ancora usato correntemente è anche vero che una gran parte di termini è caduta in disuso. La nostra convinzione è che una lingua per essere viva va ascoltata, letta, scritta, messa in rime, raccontata, cantata e parlata. Perché è la parola che con i suoi suoni affascina, incanta, strega. La parola non ha materialità ma ha forza intrinse­ca, che non lascia indifferenti ma è fonte di valori e significati.
Un nostro proverbio dice: "A mieghiö parödda è chedda ca nen se dì."
Quantë chestiai quandö sëntenö dì venecotö o sciesciöu nea se regördenö quandö erenö carösgë. E brasgìa, che fa regördè matinadë de nvernö ca nëö nté serrë. E bezelduccö ca sa eö che parö o davëssö e nen è niëntö. Mucciareddë: carosgë che cuntavenö seiradë sanë mëntö l'autë se muciavenö e cantenierë cantenierë, i mamë che ciamavenö a scattacorë pe ndessë a cörché. Fiera, nimai comö i fremigölë, i calatarë mbröghiöi, ca sa nen stavë accura te föddavenö nto saccö. Mastazzolë: döuzë comö ö melë, nëire, caudë, ö sciorö trapanava ö cuörö. Ciucciö, petusgë nte­sta a corpë de rocchë. E ddagremë e santiöi, sentenzië e bandiöë.
Öra parö ca stë paröddë nen dinö chiù nientö, sönö spudai ö vëntö e nudda öurëghia ë sentö. "A miëghiö parödda è chëdda che se dì".
Antonino Bonomo
Simone Guglielmo


Partecipanti:

Nicosia (En)
Santina Campagna, Sigismondo Castrogiovanni, Francesca Fascetta, Grazia Gangitano, Enza Giangrasso, Santina Monsù.

Piazza Armerina (En):
Aldo Libertino, Lucia Todaro, Tanino Platania, Michele Suriana, Pino Testa.

Randazzo (Ct):
Santo Anzalone, Maria Cristina Di Benedetto, Vincenzo Falanghella, Concetta Sgroi, Maria Sgroi, Nino Trifilò.

San Fratello (Me):
Calogero Cassarà, Bettina Di Bartolo, Carmelo Lanfranco, Filadelfo Lo Paro, Serafina Miraglia, Grazia Regalbuto, Carmela Ricciardi, Rosalia Ricciardi.

Sperlinga (En):
Antonino Lo Bianco, Giovanna Lo Bianco, Salvatore Lo Pinzino, Salvatore Lo Sauro, Maria Seminara.

LA POESIA CHE PRESENTIAMO:
Consighjî n falibölî (Consigli infallibili)
di Grazia Gangitano da Nicosia (docente di materie letterarie e latino presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Nicosia

Corcö cönsigghjö
ia te vurrìa dè
pe stè cuietö
e nen fetë odiè:
tu dei protesterö
chëö che di ö capö
daë sëmpö aproverö;
se no, segurö,
comö rruobë a böca,
ëö rruobö chiù randa
e te se n mböca;
se puöî se n mbisca
corcùn pe fessë beö,
ö fuögö svampa
e suciëdö n casteö.
Hai corca idea?
Miëghjö ca fai muirö,
se no de tu
ne ponö ferö cuirö.
Scouta na mi,
fatë na dörmuda
nta na ngiönëta durantö a sëduda!

Traduzione:

Qualche consiglio
io ti vorrei dare
per stare tranquillo
e non farti odiare:
mai nelle sedute
tu devi protestare,
quello che dice il capo
devi sempre approvare;
se no, sicuro,
come apri bocca
egli l’apre di più (più grande)
e ti divora (ti mangia in un boccone);
se poi si intromette
qualcuno per farsi bello,
il fuoco divampa
e succede un gioco d’artificio.
Hai qualche idea?
Meglio la fai morire,
se non di te
ne possono fare cuoio.
Ascolta me,
fatti una dormita
in un angolino durante la seduta!

Grazia Gangitano