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STORIA DI NICOSIA

Nel 1061, le truppe normanne di Ruggero d’Altavilla, iniziarono la conquista della Sicilia, che, dopo una devastante guerriglia durata ben trent’anni, venne sottratta agli Arabi. Questi erano sbarcati nell’isola nell’827, a Rametta (oggi Rometta), nei pressi di Messina, cadde nel 965.
Passato lo Stretto, i Normanni conquistarono Messina e successivamente si spinsero fino a Traina (oggi Troina), che divenne la loro roccaforte. Spostandosi via via verso occidente, dopo aver preso Cerami, tentarono di prendere Nicosia, ma non ci riuscirono, perché il conte Ruggero dovette immediatamente far ritorno a Troina, dove gli abitanti si erano energicamente sollevati contro le soldataglie normanne che volevano farla da padroni anche sulle donne della fiera città siciliana. Nicosia cadrà due anni dopo.
La lunga guerra di conquista, la devastazione del territorio siciliano, e i conseguenti vuoti demografici che si erano venuti a creare, ferma restando la presenza degli Arabi sconfitti (solo i nobili erano passati in Tunisia o in Andalusia), indussero i conquistatori a colmare quei vuoti facendo affluire popolazioni dal Nord Italia. Si prestò alla bisogna la politica matrimoniale degli Altavilla che si erano più volte imparentati con gli Aleramici del Monferrato, nonché il grave disagio economico e sociale di larghe plaghe del Nord Italia (particolarmente i territori corrispondenti al Piemonte meridionale, all’entroterra ligure e all’Emilia occidentale). Si creò così un largo afflusso di popolazioni verso il Sud dell’Italia e cioè verso la Sicilia e la Lucania.
I nuovi arrivati, probabilmente sbarcati nei porti settentrionali della Sicilia e raccolti in gran numero a Santa Lucia del Mela, vennero immediatamente sistemati lungo una linea di stanziamento che dalle coste settentrionali dell’Isola giunge a quelle meridionali, da San Fratello, insomma, fino a Butera. In questo modo la Sicilia venne strategicamente tagliata in due: gli Arabi della Sicilia sud-orientale non potevano ricongiungersi con quelli della Sicilia centrale e occidentale, senza fare prima i conti con i Lombardi di Sicilia.
La dislocazione dei centri abitati dagli immigrati settentrionali copre perfettamente la linea nord-sud, come si osserva dalla stessa elencazione dei centri che ancora oggi conservano il dialetto importato in Sicilia nel quarantennio che va dal 1091 al 1130:
Provincia di Messina: San Fratello (con la diramazione recente di Acquedolci), Novara di Sicilia con la folta chioma dei villaggi circostanti (Fondachelli-Fantina, comune autonomo dal 1950), Montalbano Elicona;
Provincia di Catania: Randazzo e Caltagirone;
Provincia di Enna: Nicosia, Sperlinga (galloitalica però dalla fine del XVI secolo per riassetto della popolazione e proveniente in maggior parte da Nicosia ), Piazza Armerina, Aidone;
Provincia di Siracusa: Ferla, Buccheri, Càssaro.
In tutti questi centri il dialetto che vi si parla non è il siciliano, come nelle altre parti della Sicilia, ma il galloitalico. Un dialetto di tipo italiano settentrionale, che, nel corso ormai di quasi un millennio, si è in vario modo mescolato col siciliano, senza tuttavia perdere i caratteri originari.
In città come San Fratello, Nicosia, Sperlinga, è addirittura possibile sentir parlare due dialetti: il galloitalico tradizionale e il siciliano del posto, fortemente, quest’ultimo, condizionato dal galloitalico. Accanto, ovviamente, all’italiano.
Ricevettero nuclei di popolazioni galloitaliche pure Capizzi, Vaccària, Butera e Corleone. Ma Capizzi, venne distrutta e gli abitanti dispersi a seguito della ribellione della cittadina a Federico II (1233); Vaccaria, nel corso del XIV sec. si estinse e i suoi abitanti si trasferirono nella vicina Nicosia (nel quartiere detto del Vaccarino); Butera venne distrutta a seguito di una ribellione già in epoca normanna, ai tempi di Guglielmo I. Nel dialetto di Corleone l’elemento galloitalico è stato assorbito dal siciliano.
Molti centri della valle dell’Alcantara, da Piedimonte fino a Randazzo e più su fino a Santa Domenica Vittoria, presentano nei propri dialetti elementi italiani settentrionali.
Gli studiosi dell’Università di Catania da tempo studiano queste realtà e stanno approntando ben cinque vocabolari relativi alle parlate di San Fratello, di Nicosia e Sperlinga, di Novara di Sicilia (e dintorni) e di Piazza Armerina. Da più di un decennio è stato pubblicato quello di Aidone. Numerosi i convegni e i corsi di aggiornamento organizzati dagli stessi studiosi e numerose sono anche le pubblicazioni relativi ai nostri dialetti.
La conoscenza è l’unico elemento che possa far apprezzare, valorizzare e salvaguardare questi dialetti. Un bene culturale di inestimabile valore.
Santo Spinelli
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"Carlo Basilotta",
il nostro ospedale

La struttura sanitaria attuale, è stata inaugurata nel giugno del 1979



di Antonino Campione

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Antichissimo e d'ignota origine è il nostro Ospedale. Si dice esistesse all'epoca delle ultime Crociate e pare funzionasse regolarmente durante il passaggio da Nicosia di Carlo V il 16 e 17 ottobre 1535, reduce dall'impresa di Tunisi, che proveniente da Palermo per andare a Messina attraverso una strada interna passò da Nicosia e vi istituì i 24 baroni. Una costituzione della Congregazione di S. Antonio della Pace, l'antica chiesa attigua all'attuale tempio di S. Antonio Abbate, redatta nel 1780, nel capitolo riservato al servigio dell'ospedale, ci parla di una chiesa dell'ospedale dove i confrati "divotamente preghino Sua Divina Maestà, che loro conceda di poter con carità far quello servizio", ma non ci descrive come soddisfare i bisogni spirituali degli ammalati, come benedire e servire loro il pasto "con carità" a quelli tanto deboli che non sono in grado di potersene servire colle proprie mani, le funzioni religiose del sabato sera ed inoltre si preoccupa delle mancanze che i fratelli potranno commettere nell'esercizio della loro missione, nonchè della sostituzione di quei confrati non ben vestii da parte degli infermi ricoverati.
Tutto lascia supporre che il fabbricato adibito ad ospedale, in origine sia stato quello limitrofo alla chiesa di S. Antonio Abbate e precisamente quello attiguo prospiciente sulla piazzetta omonima e tutto quello anteriore alla chiesa, con ingresso dal vicolo della Pace e la chiesa dell'ospedale della quale si parla nella predetta Costituzione.
Questa ipotesi troverebbe sostegno nelle sporgenze di pietra, visibili anche oggi, ed in origine lasciate per la continuazione del fabbricato che invece venne sostituito dall'attuale chiesa di S. Antonio Abbate.
Successivamente il Pio Istituto, trasferì la sua sede nel fabbricato dove era un Monastero dei Benedettini, che lasciato da questi fu concesso alla Confraternita di S. Calogero appartenente alla omonima chiesa (detta anche di S.M. degli Agonizzanti). La chiesa di S. Calogero sorgeva sotto la rocca del Salvatore, addossata ad uno sperone di roccia chiamata "mole di S. Calogero" dal cui toponimo permane il ricordo di S. Calogero il vecchio. La sua confraternita esisteva già dal 1580 e dopo la fondazione dell'ospedale si assunse l'assistenza dei degenti aiutata in questo dai Confrati dell'Oratorio della Pace, il cui Superiore ebbe insieme ai due rettori del Monte di Pietà, l'amministrazione dell'ospedale fino al 1818, dopo questa data l'amministrazione dell'ospedale fu demandata al Sindaco e ai due deputati eletti dai decurioni della città.
Alla fine del 1600 i confrati abbandonarono la chiesa sotto la Mole e costruirono quella attuale attigua all'ospedale che venne pure dedicata al S. Maria degli Agonizzanti. L'ospedale aveva le sue corsie aperte nell'attuale palazzo D'Alessandro, dietro la chiesa di San Calogero e mentre prima curava solo i forestieri, in seguito all'allargamento dei locali aprì le corsie anche ai degenti di Nicosia. La Confraternita di S. Calogero si prese cura degli infermi ed in tale luogo esplicò la sua nobile missione sino al 29 giugno 1900, data in cui l'ampio e bel fabbricato, non si sanno i veri motivi, venne alienato e l'ospedale ancora una volta trasferì la sua sede presso l'ex convento dei Paolini in S. Francesco di Paola.
Con quali mezzi l'ospedale nei secoli scorsi abbia esplicato la sua nobile missione non si sa: ma a quei tempi, ammalati e carcerati vivevano di carità pubblica ed uno dei compiti, certamente il principale, delle confraternite addette a questi umanitari uffici era quello di raccogliere l'elemosina. Si sa che Carlo Basilotta, barone di S. Andrea, morto nel 1672, del quale oggi l'ospedale porta il nome, insieme con il fratello Giovanni, profusero tutte le loro ricchezze in opere di beneficenza e specialmente Giovanni, che letteralmente si ridusse all'elemosina per i suoi atti di liberalità. Pare certo che il Pio Istituto almeno nel secolo XVIII, non abbia posseduto beni immobili propri e molti dei suoi presunti o meno benefattori siano passati alla storia cittadina per .... vendita di fumo che altro serio e tangibile motivo come fu per quel Vicario Generale, che nel suo testamento si ricordò del nostro ospedale per lasciarlo erede dei finimenti della sua carrozza!!
Ma i veri e grandi benefattori del nostro ospedale possono diciamo così, raggrupparsi in due nominativi: il cavaliere Giuseppe Nicosia e la signorina Elena Nicosia di San Giajme.
Il cav. Giuseppe Nicosia, morto il 20 gennaio 1899 (vigilia dell'alienazione del fabbricato di via Fratelli Testa), lasciò in eredità all'ospedale il feudo Spataro e la signorina Elena Nicosia di San Giajme morta il 10 settembre 1930 il tenimento di "Santa Domenica", nonché circa ventimila lire di rendita in titoli di Stato.
Il prof. rag. Salvatore Bruno, componente della Congregazione di Carità di Nicosia, che amministra gli Istituti di Beneficenza, il 12 novembre 1910 presenta una relazione al Presidente ed a tutti i membri della Congregazione, esponendo le condizioni critiche in cui versano i singoli Istituti, relaziona sul loro funzionamento, sul patrimonio e sulla finanza "e quali dovrebbero essere in simili aziende, per svolgere tosto un'azione amministrativa efficace e compiuta".
Da queste date il nostro ospedale pare abbia assunto una vera e propria autonomia che gli anni a seguire lo ha mantenuto indipendente.
Ma la continua erosione della lira e la disgregazione della proprietà terriera e tutta l'inverosimile caotica legislazione in materia, hanno inflitto corpi mortali a quel secolare benefico Istituto.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, fu bombardato, e in quella occasione morirono: una volontaria Maria Cirino Capra, morta il 22/07/1943 ed un'infermiera volontaria della C.R.I. Costanza Bruno Salomone, morta il 23/07/1943.
Dopo la ricostruzione e l'ampliamento dei locali, l'ex convento dei Paolini in piazza S. Francesco sede dell'ospedale che vi rimane fino al 1979, per trasferirsi nuovamente presso la nuova struttura in via San Giovanni, progettata intorno agli anni settanta con nuovi criteri di costruzione.

La Famiglia Basilotta
Notizie sul nostro "Ospedale Civico"

Un articolo del 1954 pubblicato su "L'Eco dei Monti", quindicinale indipendente della città di Nicosia fondato nel 1905 ad opera di Mariano La Via, racconta la storia della Famiglia Basilotta di cui l'Ospedale prende il nome.
"Dobbiamo alla cortese autorizzazione di Mons. Vitale la possibilità di aver potuto effettuare alcune ricerche nell'archivio della Cattedrale di San Nicolò, ricerche che ci hanno permesso di sfatare una leggenda sulle origini della fondazione del nostro ospedale intitolato a Carlo Basilotta, personaggio del quale fin oggi tranne che il nome di una nostra strada cittadina a lui dedicata ed un quadro (vedi la foto in alto) che c'è lo raffigura nella sua giovane età, fortunatamente rinvenutosi, poichè con eccessiva legerezza era stato dato per distrutto durante gli ultimi episodi bellici, null'altro conoscevasi.
Premettiamo anzitutto che il nostro ospedale civico, come dimostrano le note seguenti, preesisteva alla data di nascita di Carlo Basilotta, e nessun lume allo stato attuale della documentazione a nostra conoscenza abbiamo, che possa fare indirizzare delle ricerche sulla sua data di fondazione.
I dati storici cominciano coi nomi dei due figli del barone Antonino Basilotta, due vere grandi figure di filantropi, troppo ingiustamente obliate, i quali iniziarono sebbene giovanissimi quella edificante serie di istituzioni benefiche continuate successivamente dalle famiglie dei baroni Nicosia, Falco e Sangjaime per citare soltanto le più importanti come apporto di mezzi, che onorarono veramente la nostra città, e dimostrano coll'evidenza dei fatti i reali sentimenti di queste nobili famiglie nicosiane, osservate oggi a distanza di secoli.
Di Giovanni Basilotta, figlio cadetto del barone Antonino, nato nel 1647, si sa che fu persona dedita esclusivamente al bene. A lui si deve, colla cooperazione del barone Nicosia, la fondazione del Monte di Pietà nella nostra città. Per i suoi atti di filantropia si ridusse all'elemosina, tanto che i suoi due figli maschi, Antonino e Giuseppe per vivere furono costretti a dedicarsi ai lavori nei campi, prestando la loro opera nella qualità manuale di contadini, mentre l'unica figlia Anna veniva affidata al fratello primogenito Carlo, barone di S. Andrea.
Fu questo Carlo Basilotta, passato a miglior vita in età giovanissima, era nato nel 1645 e morto nel 1672, che beneficò la nostra città risollevando le condizioni economiche dell'ospedale, richiedendo solo come compenso alle sue elargizioni che il rinato Istituto portasse il nome che tutt'ora conserva. S'inserisce negli ultimi anni della sua breve esistenza un episodio romanzesco, che porta ancora nuova luce sui cavallereschi sentimenti di questo patrizio.
Abitavano nel suo palazzo due giovanissime donne di origine musulmana. Nulla si sa sul loro luogo di nascita e sulla loro età tranne che, poche parole tramandateci dagli atti. Certamente si sarà trattato di schiave, bottino di qualche impresa corsaresca lecita in quei tempi, che il giovane barone acquistò a Palermo o a Catania e condusse seco come "ancillae" così dice l'atto di battesimo. Di certo è che in data 6 ottobre 1670 le due donne vengono battezzate da Carlo Basilotta, il quale impone loro non solo il nome ma anche il cognome, e le due sorelle, questo è lecito presumerlo, risultano così iscritte nei registri della chiesa, la piccola col nome di Anna Basilotta e la grande col none di Barbara Basilotta.
Contemporaneamente a questo avvenimento ne accade un'altro: il battessimo e la legittimazione di un neonato di nome Giuseppe: evidentemente non può che trattarsi di un figlio nato dall'amore con una delle due sorelle che il Carlo Basilotta per porre in pace la sua coscienza volle legittimare.
I tre atti però non vengono registrati e solo dopo la morte di Carlo Basilotta avvenuta 19 giorni dopo il 31 gennaio del 1672, si presume vengono dalle interessate pubblicate e regolarmente registrate.
Carlo Basilotta durante la sua breve vita, visse dominato dall'influsso dei Padri Minori, del vicino convento, ed infatti fu iscritto alla Confraternita dei P.M. con il nome di fratello e morì dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti ecclesiastici.
Della eredità di Carlo i Padri Minori divennero gli amministratori, consegnarono ad Anna Basilotta, la figlia di Giovanni, il feudo di S. Andrea, cedettero il titolo di barone e trattennero i sette feudi che formavano il grosso dell'eredità del casato di S. Andrea.
Giuseppe Basilotta, il secondo dei due figli maschi di Giovanni e nipote di Carlo, fu proclamato a Nicosia Capitano di Giustizia nel 1706-1707, carica questa molto importante a quei tempi. Forte della sua nuova posizione, ebbe il torto di iniziare pratiche per il riscatto del titolo e dei beni della famiglia Basilotta, dei quali si erano impossessati i Frati Minori, urtando così contro gli interessi della Chiesa.
Tale richiesta ed il tono forse col quale la stessa venne fatta, gli suscitarono le ire del potente Ordine e venne pertanto dichiarato proscritto e costretto così ad allontanarsi dalla sua città natale, senza dare più notizie della sua nuova residenza.
Il grande patrimonio terriero dei Basilotta costituito da ben sette feudi e precisamente: Sugarita, Gorgo, Cacchino, Cologno, Nasco, Larbano e Carotta rimase ai Padri Minori; quello di S. Andrea come detto, era stato donato ... dagli stessi frati alla morte di Carlo alla nipote Anna che gli era stata affidata.
La città di Nicosia lamentò l'atto dei Padri Minori e la perdita del Basilotta fu pianta, riconoscendoli uomini dotati di energia e bontà di cuore.
A questa data anche rimontano le dimissioni di una nobile Famiglia nicosiana dalla Confraternita del Monte di Pietà (che era stato fondato da Antonino Basilotta il padre del proscritto Giuseppe) per solidarietà con famiglia Basilotta, alla quale era legata da legami di parentela.
Il figlio legittimo di Carlo Basilotta, anche lui di nome Giuseppe, sposò il 20 ottobre del 1720 (all'età di anni cinquanta essendo nato come dice la fede di legittimazione, che si conserva nell'archivio della nostra Cattedrale) la figlia del barone Don Filippo Nicosia".

IL MONASTERO DEI BENEDETTINI
E LA CHIESA
DI SANTA MARIA DEL SOCCORSO
1378

località Diavolazzo in agro di Nicosia
di Antonino Campione
fotografie di Santo Spinelli
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La valle del fiume Salso è posta a 4 Km. a sud della città di Nicosia. Nel passato essa era attraversata da trazzere di grande comunicazione: quella proveniente da Nicosia, detta di Serra Battaglia, per le note fazioni che divisero a lungo la città, immetteva a Nicosia per la Porta Coniglio, da cui muoveva pure la trazzera per Troina.
La trazzera del Canale fu attiva fino al 1903; di essa restano ancora le tracce che si inerpicano per tortuosa salita fino a San Giovanni. Una deviazione di questa trazzera attraversa la contrada Marenga. Oggi la vallata è raggiungibile da questa consorziale e da altre stadelle e piste rotabili, accessibili dalla contrada San Giovanni le quali si affacciano su paurose pendici che dai 750 metri s.l.m. della portella di S. Giovanni scendendo fino ai 491 metri sul letto del fiume Salso.
Essa è composta dalle contrade Farinato, Maritana, San Giovanni, Salinella, S. Maria la Nuova sul versante meridionale, e dalle contrade Gessi, Marengo, Fontana di Piazza e Canale sul versante settentrionale.
Il fondovalle è in massima parte pianeggiante, fertile, ricco e ridente per vegetazione di ulivi, alberi da frutto, grano e legumi. Tutta la campagna è popolata di casupole, che fanno da cornice al fiume. Qui si svolgeva la vita degli antichi contadini, nella serena pace dei campi, interrotta solo dallo scroscio dell'acqua del fiume. La zona è piena di roccia bianca calcarea, l'acqua che sgorga è salmastra ed amara. Molte furono in passato le miniere attive in questa vallata, famose furono anche le numerose fornaci di gesso. Secondo il Beritelli La Via, da qui furono tratte le 8 colonne che sorregono il portico e i gradini dell'altare maggiore del Duomo, le balaustre dei cori di numerose chiese di Nicosia e le pietre per costruire i palazzi della città. Molte anche le cave di sale, che si esportava nei paesi vicini, le pietre bituminose e l'argilla adoperata per la costruzione di tegole, mattoni, pentole e tegami, cotti in fornaci che sorgevano nei pressi.
Meritano particolare attenzione un tipo di argila detta «saponaria» e la sorgente d'acqua di monte Canalotto, piena di particelle bituminose e di colore di odore di pece. Il nome di pece dato alla contrada deriva proprio da questo odore caratteristico.
Spesso qui si viene per gare sportive di pesca. Questa campagna è ricca di storia e di arte; molti furono i nobili che vi posero le loro dimore. Si vuole pure che in contrada S. Maria del Soccorso avesse una sua piccola residenza di campagna il madrigalista Pietro Vinci (l'attuale casa Provenzale).
Nel lontano 1378 in Santa Maria del Soccorso, vennero a stabilirsi alcuni frati benedettini giunti a Nicosia dal monastero di Gangi vecchio verso il 1300 e stabilitisi in un primo momento nel convento annesso all'attuale chiesa di San Benedetto.
Il priore Tommaso Maselino, ebbe le terre del Soccorso dal barone Rainaldo Salomone e dalla moglie Beatrice (nel 1373), perchè con i proventi potesse presto costruire il convento. Il feudo donato si trovava in contrada Farinato 5 Km. a sud della città. Qui i monaci benedettini fondarono il monastero ed eressero la chiesa a S. Maria del Soccorso.
Agli inizi del Cinquecento la chiesa ebbe una statua in marmo della Vergine, opera del Gagini, donata dal nobile Vincenso La Via, barone di Buttero. Con la benedizione della chiesa alla Madonna del Soccorso, la contrada smise di essere denominata col nome di Farinato e cominciò ad essere chiamata Santa Maria del Soccorso (in dialetto Soncorso).
Successivamente, qualche chilometro più a nord, venne costruita un'altra casa a supporto del convento per incassare le gabelle della parte alta del feudo. Essa esiste ancora in discrete condizioni. Sul finire del 1600, a causa della poca salubrità del posto e dopo più di 50 anni di incertezze, il monastero venne abbandonato e lasciato al governo di un sacerdote nominato dal priore generale. Ciò al fine di non incorrere alla clausola della donazione, per la quale il feudo se abbandonato dai monaci sarebbe tornato ai donanti. Abbandonato definitivamente dopo le leggi eversive del 1866 che abollirono i possedimenti ecclesiastici, il feudo divenne proprietà dei Nicosia e poi degli Speciale; poi, negli anni Cinquanta fu venduto ad altri privati.
Per visitare la vallata ci si arriva da via S. Benedetto e via S. Anna e si percorre poi la strada consolrziale Canalotto-fiume Salso. Da qui una stradella privata porta a poche decine di metri dal monastero, una colossale opera medievale che nonostante i secoli trascorsi conserva l'originaria struttura. È costruito con pietra di diversi tipi (arenaria, calcarea, lavica), mentre gli intagli sono fatti di pietra grigia di San Giovanni. Tutto il complesso è costituito da due settori: una parte occidentale formata da una grande struttura, forse un salone con attorno alcuni piccoli ambienti, e una parte meridionale di consistente grandezza. Vi si accede da una porta quadrata e a questa mediante un corridoio con alcuni gradini si arriva ai resti di quello che fu il vero complesso di 20 celle. Nella cucina si notano i resti del forno e della fornace. Accanto ad esso ci sono ancora due ambienti ed una nicchia. Al centro, tra le due ale, c'è una scala che conduce alla parte alta. La scale è formata da cinque rampe con 40 gradini, ed è in parte conservata.
Entrado si trova un ingresso da cui si accede ad altre sette stanze una delle quali con volta a crociera, mentre in un'altra si notano le mensole di un ballatoio crollato.
Gli archi delle porte d'ingresso sono a forma di trifoglio e il pavimento in terracotta.
All'esterno, all'altezza delle finestre, si nota un cornicione sporgente. A poca distanza, non più di quaranta metri, sorge la chiesa dove sono ancora visibili l'altare e le pitture delle pareti in buone condizioni; sotto i calcinacci si notano il pavimento a mattoni dipinti di fine Cinquecento, oltre che un cornicione con due nicchie laterali. A duecento metri dalla chiesa si trovano un chiosco a quattro archi e una settecentesca casa baronale.
Nelkla parte alta del fiume, sorge l'altro edificio benedettino composto da una struttura a due piani, in pessime condizioni, Vi si accede da una stradella che parte dalla portella di S. Giovanni. Da questa strada si arriva anche alla casa di campagna del barone di Salinella, costruita in bugnato di pietra con ceramiche di terracotta.
(12 luglio 1998 - A. Campione)

Il passato che non può tornare! Cosa fare di un’area inutilizzata nel centro storico della città?


RIMUOVERE I VINCOLI E GUARDARE AVANTI
Si tratta dell’antico insediamento monastico delle suore benedettine di Santa Domenica a Nicosia (chiesa e convento), avvenuto tra il 1735 e il 1759.
Tra la via di San Giuseppe e la via Francesco Salomone, si ergeva uno splendido tempio della cristianità nicosiana, ricco negli interni in stile rinascimentale (abside dell’altare maggiore), ma principalmente per la pregevolissima e rarissima pavimentazione in ceramica maiolicata dai tipici colori siciliani, l’azzurro, il giallo e il verde ed infine, ma non per questo di secondaria importanza, il raffinato prospetto esterno della facciata in pietra locale di San Giovanni.
Un tesoro d’arte monumentale, di cui non si è voluto per niente intervenire concretamente per apportare un doveroso intervento di recupero a 360 gradi.
Certo, i danni causati dal terremoto del 1967, ne hanno determinato la definitiva inutilizzazione dell’edificio sacro, anche se, fino all’anno scolastico 1968-69, l’antico edificio del monastero, era stato adibito a scuola e di cui io stesso ne usufruì fino alla seconda elementare.
Demolito dopo il 1975 il restante prospetto principale della chiesa, che sporgeva in via F. Salomone, si tentò di ricostruire lo stesso prospetto, di cui erano stati numerati i relativi pezzi ornamentali. Quindi si eresse un muro in cemento armato (ancora esistente),in cui dovevano essere nuovamente montate le pietre della facciata, ma ci si accorse che il muro sporgeva oltre la sua originale delimitazione, per cui montando le pietre del prospetto esse sporgevano abbondantemente.
In atto, l’intera area è lasciata al degrado più assoluto, gatti randagi, cani e topi hanno creato il loro abitat naturale.
Quali opzioni potrebbero essere considerate per l’intera zona?
1) ricostruire la chiesa dopo tutto questo tempo, non so se sia un’idea auspicabile, dove sono i sacerdoti;
2) livellare e costruire un ampio parcheggio pubblico (oltretutto in pieno centro), in cui poter eliminare gran parte dei problemi di forestieri e residenti della zona per il posto macchina;
3) costruire un edificio per finalità sociali o un museo d’arte locale.
Il tutto coordinato ed autorizzato dalla Curia Vescovile della Diocesi di Nicosia, la Sovrintendenza ai beni culturali ed architettonici della Provincia di Enna, dal Comune di Nicosia e dagli altri enti preposti.
Speriamo di poter contare sulla buona volontà degli amministratori pubblici e religiosi, per portare a termine un progetto di validità collettiva e dare un senso di civiltà ad una zona della città in cui bisogna nuovamente portare vitalità e soprattutto utilità alla gente.
(Spi-San)
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siti web locali:
http://www.comune.nicosia.en.it
http://www.nicosiaweb.it
http://web.tiscalinet.it/herbita
http://www.nicosianews.blogspot.com
http://www.nicosiafotografica.blogspot.com
http://www.proloconicosia.it
http://www.sanfelicedanicosia.it
http://www.cittadinicosia.it

"VIRESCIT VULNERE VIRTUS"



“VIRESCIT VULNERE VIRTUS”
di Salvatore Trovato*
tratto da: “Saggi di toponomastica nicosiana “
pagg. 83-86
edizioni Valdemone, via Casale - Nicosia (1997)
(su gentile concessione dell’autore)

Sull’architrave di una finestra poco alta sul piano della strada, sulla via Diego Ansaldi tra i numeri civici 7 e 9, a Nicosia, è incisa la data 1653 e l’emistichio VIRESCIT VULNERE VIRTUS, cioè “per la ferita si accresce il valore”.
Se la data, in mancanza di annali della città e di precise notizie d’archivio, non dice nulla, la sequenza latina, di primo acchito almeno, non può sembrare altro che la stravaganza di un qualche erudito che in quell’epoca abitò quella casa.
Il motto latino, infatti, appartiene all’antico poeta latino Furio Anziate (II sec. a. C.), autore di un perduto poema di Annales. La sopravvivenza del verso, che nella sua interezza risuona Increscunt animi, virescit vulnere virtus, è dovuta alla curiosità erudita di Aulo Gellio (II sec. a. C.), il quale appunto nelle sue Noctes Atticae (18.11. ediz. Hosius 1903, II; 251-52) lo ricorda per la presenza dei verbi in –sco, pienamente poetici per Gellio, per nulla poetici per il grammatico Cesellio Vindice, col quale Gellio al proposito polemizza.
Tornando alle motivazioni della nostra iscrizione, ci si accorge che l’ipotesi della stravaganza erudita perde terreno se si dà il dovuto rilievo e una serie di indizi relativi alla storia di Nicosia, capaci di gettar luce su quelle motivazioni: il posto in cui l’iscrizione è collocata, il contenuto di essa e la data.

1. Le rivalità tra Mariani e Nicoleti

Va subito ricordato, infatti, che la storia medievale e moderna della città è caratterizzata dalla lotta secolare tra gli abitanti del quartiere di Santa Maria (Mariani) e quelli del quartiere di San Nicolò (Nicoleti). Lotta etnica all’inizio – e cioè fin sulle soglie del XIV seolo – che si trasforma dal Quattrocento in poi in lotta per la preminenza dell’una o dell’altra chiesa. Nicosia, com’è noto, dopo la conquista normanna della Sicilia, ricevete una colonia di gente proveniente dal Piemonte meridionale (Monferrato) e dell’entroterra ligure. I nuovi venuti – cui nella prima metà del XIII secolo si aggiunsero i Lombardi di Vaccaria – dovettero convivere coi vecchi abitanti, greci di rito se non di lingua. La convivenza dovette essere difficile fin dall’inizio.
Relativamente tardo (1340) è un atto di pace (La Via 1898: 478-515) dal quale si ricava la notizia della rivalità tra gli abitanti dei due quartieri. Da quel documento si apprende che Mariani e Nicoleti erano soliti sfidarsi in campo aperto in una località ancora oggi denominata Serra Battaglia.
Posteriormente a quella data le zuffe divennero meno cruente e si trasformarono in lotta per la preminenza del proprio campanile. Primi attori, questa volta, furono i preti delle due chiese, che fino al 1847 (anno dell’unificazione dei due Capitoli), al fine di avere riconosciuta la superiorità della propria chiesa sull’altra, sperperando ingenti somme per le cause nei tribunali di Messina, Palermo, Napoli e Roma.
Anche i cittadini dei due quartieri presero parte attiva alle lotte, per la storia delle quali si rimanda a Gioco 1972. Ai nostri fini è utile ricordare che la città fu a lungo divisa in due parti. Già negli scrutini del 1413 (Barbato 1919: 116) si fa distinzione tra i giudici quarterji Sanctae Mariae e quelli quarterji Sancti Nicolai. Successivamente, nel 1577, l’Arcivescovo di Messina, Mons. Giovanni Rettana, a dirimere le rivalità sempre più insostenibili tra le due fazioni, è costretto pro bono pacis a ordinare che le due chiese si considerassero principali e matrici nell’ambito del loro territorio «separata una ab alia ac si fuerint situate in duabus civitatibus nec una dependant ab alia» (in Gioco 1972: 67). Tale decisione sancì di diritto una divisione esistente di fatto.
Il «peliere» (nell’attuale Piazzetta Leone II, all’imbocco di via Francesco Salomone), infatti, segnava il confine tra i due quartieri, mentre una zona nullius, che partendo proprio dal piliere si estendeva fino alla chiesa di San Giuseppe, fungeva da cuscinetto.
Non era poi raro, sul piano degli usi e dei costumi vigenti nella città, che ragazzi e giovanotti che sconfinassero al di là dei limiti del loro quartiere, fossero fermati da coetanei dell’altro che «con modi spavaldi – scrive M. La Via (1898: 494-95) – chiedevano loro: - Chi viva?». Guai a non rispondere «Viva Santa Maria» se i fermati erano del quartiere di San Nicolò, e viceversa.
Tornando alla nostra iscrizione, va notato che il posto in cui essa è collocata è proprio in sulla porta del quartiere di Santa Maria: subito dopo la chiesa di San Giuseppe e all’inizio dell’attuale via Diego Ansaldi. Sulla base di tutto ciò, l’ipotesi della stravaganza erudita del proprietario secentesco di quella casa perde terreno, e l’iscrizione e il posto in cui essa si trova impongono ben altre motivazioni.

2. L’aspra minaccia

Passando ora al contenuto dell’emistichio latino e rapportando ancora una volta all’ambiente nicosiano, non si è lontani dal vero nel sostenere che esso ha tutta l’aria di una vera e propria minacia: <>. E si tratta di un modo finanche fine di avvertire i Nocoleti, che forse, in quel lontano 1653, avevano recato offesa ai Mariani, e dir loro con le parole di Furio Anziate quanto, in maniera certamente meno fine, si dice con un proverbio dialettale: chi tira primö tira ncaddandö, chi tira secöndö tira ciangëndö. E cioè: ‘chi tira per primo colpisce con qualche esitazione l’avversario, chi risponde all’attacco colpisce invece con la rabbia e il dolore della ferita’.
Anche il contenuto, perciò, se la mia ipotesi coglie nel segno, contribuisce a motivare quell’iscrizione in rapporto al clima storico-culturale che la città visse per molti secoli: la lotta perenne tra le due fazioni, quella degli immigrati settentrionali contro quelli degli autoctoni.
Avara di notizie precise è la storia della città. Così, se la data dell’iscrizione è precisa ed inequivocabile – il 1653 appunto -, muti sono, relativamente a quella data, i pur ricchi archivi capitolari delle due chiese. È sicuramente la piccola storia dei fatti di ogni giorno – quella non registrata nei documenti scritti – che ha prodotto a Nicosia questa iscrizione. Essa vuol mettere in sull’avviso la tracotanza e la temerarietà dei Nicoleti con un linguaggio metaforico e con un verso assai peregrino, incomprensibile ai più. Ma certo tra i Nicoleti c’era chi aveva occhi per vedere e orecchi per intendere.
Prof. Salvatore Trovato

*(Ordinario di Linguistica generale presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Catania)